martedì 12 agosto 2008

La macchina del tempo e il mantello che rende invisibili

Quando ero piccola, speravo di viaggiare un giorno su una macchina del tempo. Nei miei sogni più spericolati la inventavo io. Anche adesso, un bel po' di anni dopo, mi secca pensare che non potrò vedere come vivevano gli umani prima della scrittura. In compenso, oggi la BBC annuncia che presto ci sarà il mantello che rende invisibili. Una parte di me si chiede cosa ne faremo, l'altra si rallegra pensando al vecchio soldato che va di nascosto al ballo delle dodici principesse.

venerdì 1 agosto 2008

Birra per tutti

In Nuova Zelanda è in corso il Book Month, il mese del libro (essendo lì pieno inverno). E il sito Stuff riporta che gli organizzatori, "per promuovere la lettura come attività 'virile', hanno invitato padri e figli in occasione del Father's Day a una serata di comunanza maschile su sport, avventura e letteratura", con birra gratis per tutti. In questa notizia c'è qualcosa che mi disturba, ma non riesco a capire cosa è: la necessità di "promuovere" a ogni costo l'atto del leggere? la implicita competizione fra libri da un lato e sport e avventura dall'altro? Magari mi sbaglio ma mi immagino un programma a base di Hemingway e Jack London (letture "per veri uomini"), gli organizzatori ardenti di spirito missionario, il pubblico volenteroso e diffidente.
Fra l'altro, a pensarci bene, i pochi autori neozelandesi che conosco (Katherine Mansfield, Janet Frame) sono donne.

martedì 29 luglio 2008

Cartaloghi

Le opere qui sotto (rispettivamente di Kristin Alana Baum, Lucy David e Sandy Brades) fanno parte del Cartalog, un progetto - chiuso da un paio d'anni - lanciato nel 2004 dalle biblioteche dell'università dello Iowa, quando è stata abbandonata la schedatura su carta, e si è dovuto decidere cosa fare di milioni di schede ormai inutili: moltissime sono state distrutte, altre sono state "adottate" da scuole, artisti, privati cittadini che le hanno trasformate in nuovi oggetti. (Oggi sul blog letterario-editoriale del New York Paper Cuts Gregory Cowles si chiede se le biblioteche non debbano abbandonare la classificazione Dewey e ne approfitta per segnalare il Cartalog).


sabato 26 luglio 2008

Il blocco del lettore

«Scommettere sui giovani» è il titolo della prossima edizione – la terza – degli Stati generali dell’editoria che si terranno a Roma in ottobre. Bella idea, quella di riguadagnare bambini e ragazzi (e magari anche trentenni e quarantenni) alla lettura, ma la scommessa è rischiosa, soprattutto se al concetto di «lettura» si associa quello di «libro». Lo dimostra il calo continuo dei lettori italiani (nel 2007 coloro che hanno dichiarato di avere letto almeno un libro non scolastico nei dodici mesi precedenti sono scesi dal 44,1 al 43,1 per cento). Lo dimostra ancora di più quello che succede fuori. In Giappone, paese dove la lettura è una pratica ben più consolidata che da noi, lo «Yomiuri Shimbun» di ieri annunciava: «Case editrici e supermercati combinano gli sforzi per riacchiappare i giovani lettori in fuga». L’idea, non nuova, è di «riconfezionare» classici e romanzi tradizionali sotto forma di manga, smerciandoli nelle catene di drugstore aperti giorno e notte. Ma a colpire di più sono i numeri: in dieci anni, dal ’98 a oggi, le vendite di libri in Giappone sono diminuite del venti per cento. Ancora ieri, ma sul «Guardian», Stuart Jeffries ironizzava sul «blocco del lettore». In apparenza le cose nel Regno Unito non vanno male: nell’ultimo anno il mercato editoriale britannico è cresciuto di un per noi vertiginoso 4,5 per cento (un po’ perché aumentano gli acquisti, di più perché aumentano i prezzi dei libri). Eppure le ricerche dicono che il tempo trascorso a leggere è mediamente in calo, e anche in Inghilterra i non lettori sono sempre di più. Ed è qui che salta fuori il «blocco del lettore», che – scrive Jeffries – «è la comprensibilissima reazione del lettore di fronte al fatto che troppi scrittori non sono affetti dal "blocco dello scrittore"». Battute a parte, il calo progressivo della lettura (dei libri) è un dato di fatto, e non si risolve a colpi di marketing o di campagne promozionali. Un breve saggio di Nicholas Carr uscito sul numero estivo di «The Atlantic» ha già fatto molto discutere negli Stati Uniti, e anche qui, ponendo fin dal titolo una domanda inquietante, Google ci rende stupidi?, essendo la stupidità la riduzione della «capacità di concentrarsi e contemplare», e dunque in primis di leggere (libri). Caso vuole che di nuovo ieri, questa volta sul «Washington Post», sia uscita la recensione di un libro intitolato The Man Who Forgot How To Read, storia vera – e raccontata da lui medesimo – di Howard Engel, scrittore di gialli, che una mattina si è svegliato e ha scoperto di non saper più leggere. La postfazione è di Oliver Sacks, ma non è piaciuta all’autrice dell’articolo, Carolyn See, che commenta: «Come in molti libri di Sacks, le sue osservazioni riescono a ridurre Engel a uno stato subumano, non uno scrittore con speranze e sogni, ma una vecchia Buick con un carburatore arrugginito».

(dal "manifesto", 26 luglio 2008)

giovedì 24 luglio 2008

Quello che ti meriti

Fra un libro e l'altro ho letto Quello che ti meriti di Anne Holt. Anche se in quarta di copertina si parlava di una "dolente, umanissima coppia di detective" (dolente, umanissima, due aggettivi che per un po' i redattori di case editrici dovrebbero tenere in quarantena), avevo voglia di assaggiare finalmente un giallo scandinavo e le recensioni erano molto positive. Troppo, in effetti. Il romanzo adempie onestamente alla sua funzione di farsi leggere fino all'ultima pagina - è già molto - ma ha probabilmente ragione Massimo Carloni su Thriller Magazine, quando scrive che l'entusiasmo con cui è stato lanciato (e accolto) deriva più dalle strategie di Stile libero Einaudi che dai meriti dell'opera. Però una cosa che mi ha colpito c'è, anzi due. La prima è il fatto che in Norvegia tutti si danno del tu, tranne quando si rivolgono a persone molto anziane o molto antipatiche, e il traduttore Luca Lamberti ha deciso di mantenere lo stesso uso anche in italiano, con un effetto interessante. La seconda è una conversazione fra i due investigatori, il commissario Yngvar e la criminologa Johanne, più o meno a tre quarti del libro: sono pagine importanti perché contengono le soluzioni delle due vicende che si intrecciano nel romanzo. Ma qui vorrei citare uno scambio di battute più marginale, almeno all'apparenza:
"- Credi... - fece pensosa - che in Norvegia un pubblico ministero possa essere, in certi casi...
Era come se non osasse pronunciare quella parola.
- Corrotto - le andò incontro lui. - No. Se per corrotto intendi che qualcuno all'interno della magistratura possa ricevere denaro per ottenere con la propria influenza un determinato risultato in un processo, lo escluderei in modo quasi assoluto".

venerdì 18 luglio 2008

Autografi

Antefatto: in giro per gli Stati Uniti a presentare il suo ultimo romanzo, The Enchantress of Florence, Salman Rushdie si è vantato di avere autografato – per la gioia dei clienti di una libreria di Nashville – mille copie del volume in meno di un’ora. L’impresa però gli è stata contestata sul «Guardian» da Malcolm Gluck, celebre e umorale critico enologico del quotidiano inglese, invelenito detentore del record precedente (1001 copie del suo Superplonk firmate in 59 minuti). La notizia non sarebbe degna di nota se Rushdie, appena sceso dalla scaletta dell’aereo che lo ha riportato dall’America, non avesse preso carta e penna per ribattere: «Voglio essere chiaro: non ho siglato i libri, ma ho firmato per esteso. A Nashville e in molte altre librerie ho avuto il sostegno dello staff della catena di distribuzione Ingram che potrà confermare come io sia uno dei "firmatori" attualmente più veloci insieme all’ex presidente Jimmy Carter e alla romanziera Amy Tan... E per essere precisi, io ho firmato mille copie in 57 minuti, il che vuol dire che il record di Gluck è bruciato». Delizioso il titolo che il «Guardian» ha dato alla lettera del pluripremiato autore dei Figli della mezzanotte: «Il mio tasso di autografi è più grosso del tuo».
Certo, conta il fattore estate (le pagine vuote da riempire giorno dopo giorno, mentre fuori fa caldo e non ci sono libri nuovi di cui parlare), ma forse Guy Adams sull’«Independent» non ha torto quando scrive che quello di Scott Sigler potrebbe essere il primo caso di una nuova specie di scrittori destinata a cambiare il nostro modo di leggere. (Anche se, a pensarci bene, i termini «scrittori» e «leggere» forse non sono quelli giusti). Sta di fatto che Sigler – «autore di bestseller horror e magnaccia mancato», come si definisce nel suo sito – ha avuto un’idea furba per far conoscere in giro i suoi romanzi. Anziché bussare alle porte degli editori o pubblicare i libri su Internet, il trentottenne scrittore di San Francisco ha realizzato una versione audio della sua prima fatica, Earthcore (niente di sofisticato, lui stesso ha letto il testo, «facendo voci speciali per ogni personaggio») e l’ha messa online, da scaricare gratuitamente capitolo per capitolo. L’esperimento gli ha valso diecimila «lettori-ascoltatori» che sono diventati trentamila con il sequel Ancestor. E con il terzo, Rookie, scrive enfaticamente Adams, «Sigler ha cementato il suo status di Dickens dell’era digitale». Forse Dickens si rivolta nella tomba, ma il giovanotto è sicuramente dotato, se non altro come imprenditore di se stesso. Quando l’anno scorso una minuscola casa editrice ha finalmente pubblicato su carta Ancestor, Sigler ha chiamato a raccolta i suoi fan perché comprassero una copia del libro la mattina stessa dell’uscita. In questo modo, con sole duemila copie vendute, il libro è balzato al settimo posto della classifica di Amazon. Il che, per inciso, la dice lunga sull’attendibilità delle classifiche.

(dal manifesto, 19 luglio 2008)

giovedì 17 luglio 2008

Miracoli

Perché un libro ha successo e un altro no? Credo che l'unica risposta seria sia: mah, oppure boh. Oggi sul "Guardian" John Sutherland commenta l'ultimo caso editoriale americano, che si chiama The Shack ed è stato pubblicato un paio di anni fa a spese del suo autore, William Paul Young, di mestiere rappresentante e web designer a Gresham, Oregon. Lui lo aveva scritto per fare un regalo di Natale ai suoi figli nel 2005, poi i due pastori della sua comunità lo hanno convinto a autopubblicarsi. Adesso il libro ha venduto circa due milioni di copie e sta per uscire in Inghilterra: da una casa editrice vera, però, Hodder and Stoughton, perché - come dice Sutherland - di primi libri autoprodotti ce n'è tanti, ma quelli che in un modo o nell'altro vanno bene poi escono dai garage e passano agli editori. Comunque il libro rientra nella categoria della narrativa "cristiana", e ha a che fare, sempre secondo Sutherland, con le bambine uccise dai serial killer e con il fatto che Dio non se ne dimentica e sta vicino ai genitori. Sul blog del libro c'è un post firmato Lorna che dice: "Ho letto il libro in forma di ebook ieri, risponde a un sacco di domande che avevo su Dio e Gesù e mi aiuta a allargare le mie riflessioni. Pensavo di avere capito la Trinità, ma The Shack me la rende chiarissima. La Bibbia è molto difficile da leggere e sebbene io legga fiction e non fiction, la fiction è sempre più facile, e la gente può imparare molto dalla buona fiction".
Mentre finivo di scrivere, mi è arrivato un libro che si intitola Il libro che la tua chiesa non ti farebbe mai leggere (a cura di Tim C. Leedom e Maria Murdy, Newton Compton), che secondo il risvolto di copertina "affronta con onestà e coraggio il tema più controverso di tutti i tempi". Gli autori, dice sempre il risvolto, "hanno scritto e curato numerosi libri" e "attualmente si occupano di cinema documentario, producendo filmati dedicati all'educazione degli adulti". Mah. Boh.
Adesso vado a chiamare mio padre per fargli gli auguri di compleanno e a preparare qualcosa da mangiare per i miei figli.
PS aggiunto qualche giorno dopo: un comunicato di Newton Compton annuncia che nel giro di una settimana o poco più Il libro che la tua chiesa non ti farebbe mai leggere è entrato nelle classifiche dei bestseller italiani.