domenica 15 gennaio 2012

L'anestesia dei ricordi

La felicità è fatta di buona salute e cattiva memoria, recita una fortunata massima attribuita di volta in volta a Ingrid Bergman e a Albert Schweitzer. Ma chi l'abbia in effetti coniata, se la splendida protagonista di Notorious o il medico e missionario tedesco, in fondo poco importa; quello che conta è che nel sentire comune, a dispetto di oltre un secolo di psicoanalisi, i ricordi delle brutte esperienze sono un fardello di cui, tutto sommato, è meglio liberarsi senza eccessive «rielaborazioni». Un sentire comune che negli anni '90 del ventesimo secolo si è rispecchiato in un nuovo modo di trattare i ricordi traumatici, nota Alison Winter in Memory: Fragments of a Modern History, uscito per la University of Chicago Press e anticipato su «Salon». In quegli anni, scrive Winter, i ricercatori hanno cominciato a definire «la memoria emotiva non in termini di idee represse, ma in base a schemi di azione neuronale e ai cambiamenti chimici che essi innescavano. Il passo successivo era cambiare quegli schemi». E oggi ci siamo: veterani dell'Iraq vittime di stress post traumatico vengono sottoposti a esperimenti col propanololo per ridurre gli effetti del trauma. Viene definito «oblio terapeutico» e per i suoi critici è la metafora di come amministrazione e esercito Usa affrontano il dramma iracheno. Ma naturalmente non basta. Come è spesso accaduto in passato, tutto lascia pensare che queste pratiche passeranno dall'ambito militare a quello civile e che come in Eternal Sunshine of a Spotless Mind (traduzione italiana più esplicita e goffa, Se mi lasci ti cancello), potremo eliminare chimicamente i brutti ricordi. Un'idea orwelliana? Winter evoca il caso dell'anestesia, che a metà '800, quando «una piena esperienza sensoriale era centrale nell'idea di identità di una persona», fu avversata. Come dire che forse i nostri nipoti penseranno a noi, afflitti dai ricordi sgradevoli, con il compatimento che noi riserviamo ai nostri antenati, seduti sulla poltrona del dentista, una bottiglia di grappa per unico conforto.
(questo testo è uscito, con qualche piccola variazione, sul "manifesto" del 14 gennaio 2012)

domenica 25 dicembre 2011

Tre poesie canine, 2003-2004

1
acciambellata sul divano-cuccia
la cagna sogna si scuote sogna
di cacce finalmente fortunate
ai gatti del giardino
di corse in villa con gli amici cani
di penitenze accolte con sospiri
accanto a lei calda
sulla cuccia-divano mi addormento
e sogno di pesanti valigie
di case labirintiche
di viaggi in treno insieme a sconosciuti

che sorpresa sarebbe sognarmi un giorno
in corsa dietro ai gatti del giardino

2
quanto gli piace al mio cane mangiare
non puoi lasciare cibi a raffreddare
che lei li ingolla veloce e trovi solo il piatto lucidato
se fosse grassa sarebbe soddisfatta
non penserebbe: non piaccio agli altri cani
del suo istinto di ladra si vergogna
solo perché ha paura dei nostri scappellotti
 e solo a cose fatte, comunque

3
è tempo di guerra e penso al mio cane
è nero e peloso e morbido
e io penso: se avessi molta fame
vorrei mangiarlo?
penso anche altre cose: se virginia
          avesse avuto figli
si sarebbe uccisa con la testa nel forno?
penso anche: era mia madre che voleva
          uccidersi per amore
e aveva scoperto che non ne valeva la pena?
vale la pena vivere mangiando il proprio cane?

giovedì 16 settembre 2010

Quello che possiamo fare


Per esempio, far sì che intelligenza e destino si abbraccino,

e non si separino.

O accorgersi del fatto che respiriamo e adoperarlo,

perché può far capaci di agire come principianti.

E così smetterla di rimestare nel torbido

di idee troppo inutilmente complicate.

Nei rapporti con gli altri o se si hanno responsabilità

aspettarsi il meno possibile.

E nell’alternarsi di fortuna e sfortuna,

allenarsi a guardarle passare tutte e due.

E così, nel cercare di orientarsi fra le cose del mondo,

usare la quiete come senso d’orientamento.

Se ti riesce di combinare qualcosa coltivalo,

senza credere però di farlo tuo.

E appena ti fabbrichi un pensiero,

non credere mai troppo a quello che ti passa per la testa.

È questo il metodo migliore di adoperare la vita.


Capitolo decimo del Dao De Jing, traduzione di Paolo Morelli

sabato 24 luglio 2010

Sogno breve, da A a B

poi alla fine
sono salita
sul treno e
sono partita

martedì 29 giugno 2010

Stella brillante (Bright Star)

Stella brillante, potessi come te essere fermo,
non sospeso lassù, in solitario splendore nella notte,
a osservare – le palpebre eternamente aperte,
simile alla Natura, eremita paziente e senza sonno –
le acque in movimento nel loro sacro impegno
di abluzione attorno alle rive umane della terra
o a scrutare la maschera soffice e nuova
della neve su montagne e brughiere.
No, eppure fisso e fermo e immutabile,
per guanciale il seno in fiore del mio amore caro,
a sentirlo per sempre soffice calare e poi gonfiarsi,
sveglio per sempre in una dolcezza inquieta,
fisso, fisso ad ascoltare il tenero respiro,
e vivere così sempre, oppure venir meno nella morte.

Bright star, would I were steadfast as thou art —
Not in lone splendour hung aloft the night
And watching, with eternal lids apart,
Like Nature's patient, sleepless Eremite,
The moving waters at their priestlike task
Of pure ablution round earth's human shores,
Or gazing on the new soft-fallen mask
Of snow upon the mountains and the moors —
No — yet still steadfast, still unchangeable,
Pillow'd upon my fair love's ripening breast,
To feel for ever its soft fall and swell,
Awake for ever in a sweet unrest,
Still, still to hear her tender-taken breath,
And so live ever — or else swoon to death.

lunedì 7 giugno 2010

Le voci di fuori: Caravaggio e Ramazzotti

All'uscita della mostra alle Scuderie del Quirinale, mio fratello ha detto che troppi Caravaggio in una volta fanno l'effetto di un Ramazzotti bevuto la mattina presto.

Le voci di fuori: Editing e curettage

Una amica scrittrice dice che quando i suoi libri sono nella fase dell'editing, per lei è come una seduta di igiene dentale: molto utile, piuttosto sgradevole.