La felicità è fatta di buona salute e cattiva memoria, recita una fortunata massima attribuita di volta in volta a Ingrid Bergman e a Albert Schweitzer. Ma chi l'abbia in effetti coniata, se la splendida protagonista di Notorious o il medico e missionario tedesco, in fondo poco importa; quello che conta è che nel sentire comune, a dispetto di oltre un secolo di psicoanalisi, i ricordi delle brutte esperienze sono un fardello di cui, tutto sommato, è meglio liberarsi senza eccessive «rielaborazioni». Un sentire comune che negli anni '90 del ventesimo secolo si è rispecchiato in un nuovo modo di trattare i ricordi traumatici, nota Alison Winter in Memory: Fragments of a Modern History, uscito per la University of Chicago Press e anticipato su «Salon». In quegli anni, scrive Winter, i ricercatori hanno cominciato a definire «la memoria emotiva non in termini di idee represse, ma in base a schemi di azione neuronale e ai cambiamenti chimici che essi innescavano. Il passo successivo era cambiare quegli schemi». E oggi ci siamo: veterani dell'Iraq vittime di stress post traumatico vengono sottoposti a esperimenti col propanololo per ridurre gli effetti del trauma. Viene definito «oblio terapeutico» e per i suoi critici è la metafora di come amministrazione e esercito Usa affrontano il dramma iracheno. Ma naturalmente non basta. Come è spesso accaduto in passato, tutto lascia pensare che queste pratiche passeranno dall'ambito militare a quello civile e che come in Eternal Sunshine of a Spotless Mind (traduzione italiana più esplicita e goffa, Se mi lasci ti cancello), potremo eliminare chimicamente i brutti ricordi. Un'idea orwelliana? Winter evoca il caso dell'anestesia, che a metà '800, quando «una piena esperienza sensoriale era centrale nell'idea di identità di una persona», fu avversata. Come dire che forse i nostri nipoti penseranno a noi, afflitti dai ricordi sgradevoli, con il compatimento che noi riserviamo ai nostri antenati, seduti sulla poltrona del dentista, una bottiglia di grappa per unico conforto.
(questo testo è uscito, con qualche piccola variazione, sul "manifesto" del 14 gennaio 2012)
Palestina, Joe Sacco
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