venerdì 26 giugno 2009

Prova 1: 26 giugno 2009

1) Il clima potrebbe avere un'influenza diretta sull'evoluzione molecolare dei mammiferi: a clima più caldo, evoluzione più rapida. (Fonte BBC)

2) Solo negli Stati Uniti ci sono più di centomila persone che hanno cent'anni e più. (Fonte The Economist)

3) Un nuovo farmaco, olaparib, sembra molto promettente nella cura del cancro. (Fonte Financial Times)

4) In Egitto verranno tradotti e pubblicati ventisette scrittori israeliani, tra cui Grossman e Oz - non direttamente dall'ebraico, però, ma da altre lingue europee. (Fonte Neue Zuercher Zeitung)

5) "Nel capitolo conclusivo, Tatar si soffermna sui temi interconnessi della noia, della curiosità e della meraviglia. Quanti libri, nota, cominciano con dei bambini che si lamentano perché non hanno niente da fare? Tanti grandi classici per l'infanzia - Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, Peter Pan di J.M. Barrie e The Cat in the Hat del Dr. Seuss sottolineano che una curiosità impegnata offre la cura alla noia". (dalla recensione di Michael Dirda a Enchanted Hunters. The Power of Stories in Childhood di Maria Tatar, Washington Post)

martedì 3 marzo 2009

Adattamenti

Ieri il "Corriere della Sera" ha pubblicato un articolo di Salman Rushdie che mi è molto piaciuto. La forma è quella di una stroncatura di The Millionaire, ma mi pare evidente che per Rushdie non conta solo maltrattare un film mediocre e fastidiosamente furbastro. Questo è il finale del pezzo: "Quali sono le cose che reputiamo essenziali nella nostra vita? La risposta potrebbe essere: i figli, la passeggiata quotidiana nel parco, un drink, la lettura, il lavoro, una vacanza, la squadra del cuore, una sigaretta, l'amore. Ma la vita ci costringe a molti ripensamenti. I figli se ne vanno di casa, ci trasferiamo lontano dal nostro amato parco, il dottore ci vieta fumo e alcolici, perdiamo la vista, perdiamo il lavoro, non ci sono più soldi o non c'è più tempo per una vacanza, la nostra squadra è una frana e il cuore va in frantumi. In quei momenti il nostro quadro del mondo penzola di traverso sul muro. Poi, se ce la facciamo, ci adattiamo. E finalmente comprendiamo che l'essenza è qualcosa di molto più profondo, è la forza che ci fa andare avanti. Le dodici specie distinte di fringuelli che Charles Darwin scoprì nelle Isole Galápagos si erano tutte adattate alle condizioni locali, ma quando l'ornitologo John Gould esaminò i campioni di Darwin nel 1837, si rese conto che non si trattava di uccelli di specie diverse, bensì di dodici varietà del medesimo uccello. Nonostante le mutazioni casuali e la selezione naturale, la loro «fringuellità », ovvero la loro essenza, era rimasta intatta. Come individui, comunità, nazioni, noi ci adattiamo costantemente e siamo costretti a farci la domanda: in che cosa consiste la nostra «fringuellità»? Quali sono le cose alle quali non possiamo rinunciare, pena la perdita dell'identità? Questo lo apprendiamo dai poeti che traducono le poesie altrui, dagli sceneggiatori e registi che trasformano le parole sulla pagina in immagini sullo schermo, da tutti coloro che traghettano qualcosa da una parte all'altra: l'adattamento funziona meglio quando è una vera trasposizione tra il vecchio e il nuovo, eseguita da persone che conoscono profondamente entrambi. In altre parole, per riuscire, il processo dell'adattamento sociale, culturale e individuale, proprio come l'adattamento artistico, deve svolgersi in piena libertà, senza vincoli né costrizioni. Coloro che si aggrappano con eccessivo fervore al vecchio testo, la cosa da adattare, le vecchie usanze, il passato, sono condannati a produrre qualcosa che non funzionerà, infelicità, alienazione, spaccatura, fallimento, perdita. Intere società rischiano di smarrire la loro strada tramite un errato processo di adattamento. Nel tentativo di salvarsi, rischiano di opprimere gli altri. Nella speranza di difendersi, rischiano di ledere proprio quelle libertà che credevano minacciate. Paladini della libertà, rischiano di erodere la libertà propria e altrui. In tempi di cambiamenti rapidi come quelli attuali, le società in movimento fioriranno — come per tutti gli adattamenti riusciti — se sapranno individuare con esattezza ciò che è essenziale e non negoziabile, ciò che tutti i loro cittadini devono accettare come prezzo della loro partecipazione. Da molti anni ormai, e lo dico con dolore, viviamo in un'era di pessimi adattamenti sociali, di compromessi e di rese da un lato, di eccessi arroganti e coercizioni dall'altro. Possiamo solo sperare che il peggio sia passato e che il futuro ci riservi film e musical più belli, e giorni migliori".

giovedì 12 febbraio 2009

Arretrati (dicembre 2008, gennaio 2009)

Susan Sontag o del dovere di essere a disagio con se stessi
Fedele alla sua immagine di catastrofista, Paul Virilio guarda alla crisi finanziaria in termini, appunto, catastrofisti: «Si parla di "incidente sistemico", ma un incidente capace di farsi sistema non è più tale, rimette in causa la natura stessa del progresso», dice il filosofo in un'intervista sul «Nouvel Observateur» in occasione della mostra «Terre natale» curata dallo stesso Virilio con Raymond Depardon alla Fondation Cartier di Parigi. Riprendendo un tema a lui caro, l'autore di «Città panico» individua nell'accelerazione la chiave di lettura della nostra società: «Cominciata nell'800 con la rivoluzione dei trasporti, l'accelerazione continua oggi con la trasmissione delle informazioni, e si prepara a invadere, dopo il corpo sociale, anche quello umano con i trapianti». E la velocità, insieme alla diffusione di nuove forma di nomadismo, ha portato con sé - sostiene Virilio - la fine della geografia: «Tutta la storia umana è fondata sulla geografia: la rendita fondiaria, le miniere, il suolo... Ma oggi la Terra è troppo piccola per noi, la scienza l'ha esaurita nelle risorse e nelle distanze. Insomma, la geografia è finita...».
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A credere ancora nella geografia, come disciplina che ci può rivelare cosa accadde nei lunghi millenni precedenti alla nostra storia, è invece Sir Barry Cunliffe, docente di archeologia europea a Oxford, il cui «Europe Between the Oceans» è recensito con entusiasmo da Benjamin Schwarz sull'«Atlantic». In questa opera «insieme profonda e immaginativa» la geografia, nota Schwartz, «è la base essenziale» per illustrare «la complessa interazione dei gruppi umani con l'ambiente e fra loro» in Europa fra il 9000 a. C. e l'anno mille dell'era volgare. E dati topografici e archeologici alla mano, Cunliffe giunge alla conclusione che l'Europa era allora geograficamente e culturalmente «solo l'escrescenza occidentale del continente asiatico».
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Si intitola «Becoming Susan Sontag», «Diventare Susan Sontag», l'articolo che Deborah Eisenberg dedica sulla «New York Review of Books» a «Reborn», il primo di tre volumi che raccoglieranno i diari della scrittrice, curati dal figlio David Rieff. A colpire negli appunti di una Sontag adolescente, nota Eisenberg, è la sensazione che la futura autrice di «In America» sia impegnata in «una continua purificazione di sé, per prepararsi a un destino predeterminato che lei deve ancora pienamente comprendere». Come mostra questo stralcio: «Sprecato la sera con Nat (il patrigno, ndr). Mi ha dato una lezione di guida e poi l'ho accompagnato e ho fatto finta di apprezzare un filmone in technicolor. Dopo avere scritto quest'ultima frase, l'ho riletta e ho pensato di cancellarla. Ma è meglio lasciarla. È inutile registrare solo le parti soddisfacenti della mia vita. (Sono troppo poche comunque!). Meglio notare tutti i fastidiosi sprechi di oggi, in modo da non essere a mio agio con me stessa e compromettere i miei domani».

(dal "manifesto", 6 dicembre 2008)


Madame Bovary all'accademia militare
Bruce Fleming insegna letteratura all'Accademia navale degli Stati Uniti e in classe si trova ogni giorno di fronte allievi che, dopo avere letto su sua indicazione «Madame Bovary», si indignano perché Emma («una puttana!») ha tradito l'ottimo Charles, «che la amava e la manteneva». Turbato probabilmente da questa sua triste esperienza quotidiana, Fleming ha scritto su «The Chronicle of Higher Education» un articolo - molto discusso in questi giorni negli Stati Uniti - in cui critica la «professionalizzazione degli studi letterari» o anche, per usare di nuovo le sue parole, «la Lunga Marcia dal New Criticism attraverso lo strutturalismo, la decostruzione, il "foucauldianismo" e il multiculturalismo». Una «vittoria di Pirro», secondo l'accademico (autore di un libro recente intitolato «What Literary Studies Could Be, and What It Is»), perché la nascita dei «Literary Studies» come disciplina universitaria ha reso i docenti di letteratura «sovrani di un regno separato dal resto del mondo», e ha fatto perdere «lungo il percorso una gran quantità di studenti, e anche non pochi insegnanti».
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Un articolo sul quotidiano libanese «Daily Star» rivela l'origine di una frase che curiosamente ricorre spesso nelle conversazioni di Beirut: «È tutta colpa degli italiani». Presentando il suo ultimo volume, «A City of Contrast», dedicato appunto alla capitale del Libano, la storica Nina Jidejian ha ricordato che effettivamente gli italiani bombardarono Beirut nel febbraio 1912, all'interno delle loro azioni belliche contro gli ottomani. Quando anni dopo, all'inizio della prima guerra mondiale, la città fu colpita dalla carestia, dovuta soprattutto alle pratiche corrotte del governatore, costui rispondeva ai suoi critici affermando appunto che «la colpa era degli italiani». E quarant'anni dopo, nel '52, la frase tornò, stavolta in chiave ironica, nella bocca del presidente dimissionario Bechara al-Khoury, quando un consigliere britannico in visita si accalorò per dimostrare che la politica inglese non era responsabile della sua situazione: «Lo so, lo so, è tutta colpa degli italiani» ribatté al-Khoury. Segno che il vecchio gioco dello scaricabarile non conosce confini.
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Metà degli uomini e un terzo delle donne inglesi ammettono di avere cercato di far colpo su amici e potenziali fidanzate/i, affermando falsamente di avere letto libri che magari non avevano neanche guardato da lontano: lo riferisce su «Paper Cuts», il blog culturale del «New York Times», Jennifer Schluesser. Che coglie l'occasione per confessare di avere mentito, al contrario, negando di conoscere libri come «L'uomo senza qualità» di Musil, il «Mahabharata» e la «Storia degli Stati Uniti sotto le amministrazioni Jefferson e Madison» di Henry Adams «per evitare di dover mostrare la sua totale incapacità di dire qualcosa di intelligente su di loro». Una goffa confessione o un modo abile per vantarsi di avere letto libri «difficili»?

(dal "manifesto", 20 dicembre 2008)


Segnali di euforia al tempo del «credit crunch»
In un volumetto uscito nel 2007 per Donzelli, L'ultima copia del "New York Times", il giornalista Vittorio Sabbadin provava a disegnare un paesaggio prossimo venturo, orfano dei «quotidiani di carta». E citava a questo proposito i calcoli di uno studioso dell'editoria americana, Philip Meyer, secondo il quale l'ultima sgualcita copia del «New York Times» sarebbe stata venduta nel 2043. Ottimista! Sull'ultimo numero dell'«Atlantic», il columnist Michael Hirschorn sostiene che il grande quotidiano newyorchese potrebbe morire nel maggio di quest'anno - un fatto forse non probabile, ma di certo «plausibile» se si considera che i debiti del giornale superano il milione di dollari, e la cifra è pronta a lievitare se non si prenderanno prestissimo «misure drastiche». Ma al di là della provocazione, Hirschorn appare convinto che - mese più mese meno - il «New York Times» (seguito nel giro di poco tempo dai «giornali di carta» di tutto il mondo) sia destinato a chiudere molto più rapidamente di quanto non immaginasse Meyer. Sarà «la fine di una sorta di rito intellettuale che ha caratterizzato le nostre vite adulte» e al tempo stesso «metterà seriamente a repentaglio la capacità della stampa di fare da mastino della democrazia». Eppure Hirschorn sui tempi lunghi guarda al cambiamento con fiducia: scomparirà infatti il «fluff» che imbottisce di articoli inutili le pagine del «New York Times» e si inaugurerà «il prototipo del futuro giornalismo: una salutare dose di aggregazione, un'ampia gamma di collaboratori, un'offerta crescente di reportage originali».
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Fanno viso fin troppo buono al cattivo gioco della crisi anche Robert McCrum sul «Guardian» e Boyd Tonkin sull'«Independent»: il primo consiglia di non comprare più costose novità e attingere ai tesori nascosti negli antri dei rivenditori di testi usati, e conclude l'articolo proclamando fieramente «Abbasso i libri nuovi, viva i vecchi!» (per la gioia sicura degli editori britannici), mentre il secondo ricorda i durissimi tempi di Margaret Thatcher, che tuttavia coincisero con una stagione particolarmente fortunata per la narrativa inglese, e pare sfregarsi le mani in attesa di un analogo miracolo.
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Forse stimolato dalla creatività del «credit crunch», l'artista americano Phil Buehler, che ha al suo attivo un progetto intitolato «Modern Ruins», ha pubblicato a sue spese negli Usa il libro che Jack Torrance, protagonista di Shining di Stephen King, non portò a termine. Fedele a King e a Kubrick, di cui si proclama un fan, Buehler ha inserito nelle ottanta pagine del volume un'unica frase, il proverbio «All work and no play makes Jack a dull boy» (nella versione italiana, «Il mattino ha l'oro in bocca»), con cui Torrance aveva riempito fogli su fogli dattiloscritti. Sembra che il libro, in vendita su Blurb.com a otto dollari e 95 (22.95 per l'edizione con la copertina rigida), abbia venduto finora poche copie, ma anche Buehler si dichiara fiducioso. Segno che la crisi ha se non altro avuto come strano effetto collaterale una epidemica euforia.

(dal "manifesto", 10 gennaio 2009)


Scrittori africani nelle fauci dello «squalo»
Forse dovrebbero trasferirsi in Nigeria gli editori in crisi (che sono molti, e saranno presto di più in tutto il mondo, se nel 2008 le vendite prenatalizie di libri negli Stati Uniti sono crollate del 13 per cento). Sul quotidiano nigeriano «The Guardian» Gregory Austin Nwakunor traccia un bilancio più che positivo della situazione editoriale nel paese africano. Certo, alle spalle la Nigeria ha una lunga fase oscura, «gli anni della "emigrazione intellettuale", quando vasti strati dell'intelligentsia andarono all'estero e le case editrici multinazionali chiusero o ridussero le loro sedi locali». Ma tutto questo è passato, e se «il 2007 è stato l'anno in cui gli scrittori nigeriani hanno scintillato come stelle sulla scena letteraria mondiale» (grazie, per esempio, a Chimamanda Ngozi Adichie o a Chris Abani), l'anno appena trascorso ha confermato che, in barba alle difficoltà del momento, l'editoria nigeriana attraversa uno stato di grazia. Spuntano ovunque, e riscuotono grande successo, i festival letterari, nascono nuove riviste, piovono riconoscimenti internazionali: come, mesi fa, la festa per il mezzo secolo di Things Fall Apart (Il crollo), lo splendido romanzo di Chinua Achebe, considerato come il primo esempio di letteratura africana. E sebbene Nwakunor non lo citi, proprio Achebe testimonia la riscossa della Nigeria, e di tutto il continente, in campo letterario: di recente il più famoso, e famigerato, agente letterario del mondo, Andrew Wylie detto «lo squalo», ha acquisito il patrimonio letterario del vecchio scrittore, un segno indiscutibile delle potenzialità, anche economiche, degli autori africani.
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Di come stiano andando invece le vendite di libri in Iran, non è dato sapere. Ma è interessante la tecnica di promozione della lettura attuata a Divandarreh, dove i negozi dei barbieri e dei parrucchieri sono stati dotati di una piccola libreria. Secondo l'agenzia Mehrnews.com, il governatore della città, Abdolsalam Karimi, ha preso questa decisione perché i giovani frequentano abitualmente questi luoghi e quindi «selezionando libri appropriati è possibile guidare le loro tendenze verso i modelli occidentali».
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Corsi e ricorsi della storia, forse è arrivata il momento della rivincita per Cuore. A cinquant'anni dall'Elogio di Franti, lo psicologo statunitense Joseph Carroll sostiene, dati alla mano, l'utilità dei libri basati sui «buoni sentimenti». Per la verità Carroll - come riferisce sul «Guardian» Ian Sample in un articolo intitolato I romanzi vittoriani ci hanno aiutato a diventare persone migliori - non aveva in mente De Amicis, ma George Eliot con Middlemarch, o Bram Stoker con Dracula. In ogni caso, secondo la ricerca (i cui risultati sono usciti sulla rivista «Evolutionary Psychology») «i romanzi archetipici di quel periodo hanno cantato le lodi di una società egualitaria e sostenuto la cooperazione e l'affabilità contro la sete individuale di potere e di dominio», contribuendo così «a diffondere i geni dell'altruismo nella società vittoriana».

(dal "manifesto", 17 gennaio 2009)

Alice nel paese dei libri pubblicati a pagamento
È una parabola letteraria del ventunesimo secolo, o così la definisce il «Time», la storia della trentottenne Lisa Genova, fino a poco tempo fa consulente sanitaria in Massachusetts e aspirante scrittrice. Nessuno, né gli editori né gli agenti a cui si era rivolta, voleva saperne del suo romanzo, Still Alice, storia di una cinquantenne affetta da Alzheimer precoce, nonostante la sicura competenza in materia dell'autrice, che può vantare un PhD in neuroscienze a Harvard. Non doma, Lisa Genova ha pubblicato il libro a sue spese, e di rado 450 dollari sono stati meglio investiti. Piano piano Still Alice si è fatto largo oltre la cerchia degli amici, è arrivato sul tavolo di un agente che ha rivenduto i diritti a Simon & Schuster per mezzo milione di dollari, e questa settimana è al quinto posto fra i bestseller del «New York Times». Sbaglia però secondo il «Time» chi etichetta la vicenda di Lisa Genova come un caso eccezionale. Nonostante il periodico specializzato «Publishers Weekly» abbia scritto che il 2009 sarà un annus horribilis per l'editoria («il peggiore da decenni»), «Time» è pronto a scommettere sulla vitalità di un settore che «si evolve in modo così radicale che forse non riusciremo a riconoscerlo quando il processo si sarà compiuto. La letteratura interpreta il mondo, ma ne è anche plasmata, e noi stiamo attraversando una delle più grandi trasformazioni economiche e tecnologiche dall'inizio del diciottesimo secolo. E anche la forma-romanzo, da sempre sensibilissima alle novità, si sta rinnovando, per diventare qualcosa di più dozzinale e imprevedibile, qualcosa di così democratico e fertile che non possiamo neanche immaginarlo».
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A proposito del futuro che ci aspetta, suona interessante il recente saggio dell'economista George Magnus, uno dei pochi a capire in anticipo che la crisi dei subprime avrebbe portato alla recessione globale. Questa volta Magnus in The Age of Aging (Wiley 2008) si occupa delle conseguenze economiche dell'invecchiamento della popolazione mondiale, un tema da affrontare con lucidità e energia - osserva Robin Blackburn sul «New Statesman» - se si pensa che tra venticinque anni il numero degli ultrasessantacinquenni nel mondo si sarà raddoppiato.
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«Ora che abbiamo finalmente infranto la barriera della razza, quanto ci vorrà per abbattere quella della religione e avere un'inaugurazione senza la mano di qualcuno posata su una bibbia?» si chiede Michael Lieberman, nel suo bel blog letterario «Book Patrol» (www.bookpatrol.net). Ma è una voce nel deserto, o quasi, mentre la maggior parte dei commenti culturali sull'ingresso alla Casa Bianca del primo presidente african-american della storia scelgono come bersaglio gli (invero modesti) versi «inaugurali» di Elizabeth Alexander, descritti dal poeta tedesco Dürs Grünbein sulla «Frankfurter Rundschau» come «un brano di onesta prosa», un po' stonato in «un momento così glorioso».

(dal "manifesto", 24 gennaio 2009)


La politica? Un derivato della cultura
È in corso in questi giorni (fino al 5 febbraio) la Fiera del libro del Cairo, di cui due anni fa, nel 2007, si era fatto un gran parlare da noi perché la vetrina d'onore era dedicata all'Italia. Ora che il paese ospite è il Regno Unito, l'interesse è molto minore, anche se con i suoi due milioni di visitatori la manifestazione egiziana è, nell'ambito delle mostre-mercato, una delle più grandi al mondo. E un po' di attenzione la merita comunque un brano dell'intervista che il direttore del British Council in Egitto, Paul Smith, ha rilasciato al settimanale cairota «Al Ahram» appunto in occasione della Book Fair: «La cultura - afferma Smith - oggi è più importante della politica. I politici, i commentatori e i diplomatici sembrano essersi resi conto negli ultimi anni che la politica è un "derivato" della cultura... Temi e evoluzioni culturali rappresentano le correnti profonde e durature dell'umanità, mentre la politica per lo più coincide con le onde e le increspature, più visibili ma superficiali». Una rivelazione che in Italia, purtroppo, non è ancora arrivata. Come del resto non lo è in tanti altri paesi, a cominciare dagli Stati Uniti.
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Ancora in questi giorni i redattori culturali americani sono in lutto perché «Book World», il supplemento letterario domenicale del «Washington Post», è stato soppresso e a partire dal 22 febbraio le pagine dedicate ai libri verranno inglobate nella sezione «Style» del quotidiano. Facendo buon viso a pessimo gioco, Rachel Shea, la giornalista chiamata a occuparsi di questa versione ridotta di «Book World», ha ammesso - dalle colonne dello stesso «Post» - che si tratta di una decisione «deludente» e che «era bello avere maggiore spazio da riservare ai titoli più importanti», ma che è inutile «sbattere la testa contro il muro troppo a lungo». Ma Motoko Rich sul «New York Times», dopo avere ricordato che la decisione di sopprimere il supplemento domenicale del quotidiano di Washington è la conseguenza di un costante calo della pubblicità sulla carta stampata, ha scritto - naturalmente rammaricandosene - che si tratta «di un ulteriore segnale della perdita di importanza della critica letteraria sui giornali americani».
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Del resto, a cosa serve la critica se la maggior parte dei libri ben presto saranno autoprodotti? È ancora Motoko Rich sul «New York Times» a cominciare un articolo sostenendo che «prima di non molto tempo ci saranno più persone che vogliono scrivere libri rispetto a quelli che sono disposti a leggerli». E cita uno studio recentissimo del National Endowment for the Arts, da cui viene fuori un dato all'apparenza schizofrenico: sono sempre più numerosi i lettori di narrativa, e sempre meno numerosi i lettori di libri. Proprio inserendosi in questa forbice si moltiplicano, e prosperano, le aziende che chiedono agli aspiranti autori di pagare per la pubblicazione. Per la verità, come nota anche Rich, non è un fenomeno nuovo. La novità è che adesso «autopubblicarsi non è più una parolaccia». Tanto che gli editori «veri» vanno a caccia di nuovi talenti su siti come, in Italia, ilmiolibro.it, che porta l'audace sottotitolo: «Se l'hai scritto, va stampato».

(dal "manifesto", 31 gennaio 2009)

martedì 25 novembre 2008

Un burka nascosto dentro il rubinetto

Conosciuto da noi soprattutto per un romanzo, La grammatica è una canzone dolce (pubblicato in Italia nel 2002 da Salani come libro per ragazzi), il francese Erik Orsenna è quello che si dice uno scrittore poliedrico, in continuo movimento tra narrativa, saggistica e reportage. Anche se, come spiega nel suo bel sito, alla scrittura dedica solo due ore al giorno per avere il tempo di fare altri mestieri, che lo tengano «informato sull'universo». E da queste informazioni Orsenna ha tratto i materiali per il suo ultimo libro, L'avenir de l'eau (Fayard) sul problema, sempre più inquietante, dell'accesso all'acqua. Un problema - osserva sul «Nouvel Observateur» - in cui «nulla è semplice: si crede per esempio che quando si installano le condutture idriche, le donne del terzo mondo siano liberate da una corvée che divora il loro tempo (fino a quattro ore al giorno!) e che possano così, come succede in Africa, frequentare la scuola. Ma in Afghanistan i talebani hanno accelerato i lavori per le condutture, in modo da impedire alle donne di ritrovarsi intorno al pozzo comune. Così, il rubinetto di casa si trasforma in un secondo burka!».

Sembrerà strano, ma una recensione troppo entusiasta rischia di fare più danni di una stroncatura. Anche se, osserva Joe Queenan sul «New York Times», non sono molti gli scrittori disposti ad ammettere che le lodi ricevute andavano oltre i loro meriti. Lo fa Dave Barry, definito una volta - proprio sul «New York Times» - come «l'uomo più divertente d'America». Autore di libri effettivamente molto spiritosi (come Big Trouble, uscito in Italia da Instar), Barry ha confessato a Queenan il suo imbarazzo di fronte a questa iperbole: «È un'affermazione ridicola, non sono neanche l'uomo più divertente del mio quartiere. Ed è ancora più ridicola quando negli incontri vengo presentato pomposamente con quella etichetta, come se l'intera redazione del "Times" avesse espresso il suo giudizio dopo avere passato in rassegna tutti gli americani». Non si sa invece cosa ha pensato Alice Munro, i cui racconti sono stati paragonati in un articolo a «un grande piatto di caviale Beluga, da servire con un cucchiaio di madreperla».

Sul «Guardian», in occasione di un festival londinese dedicato a T. S. Eliot, Jeanette Winterson ricorda il suo incontro con l'opera del grande autore, e soprattutto con la potenza della poesia. La madre adottiva, una rigida pentecostale, ammetteva in casa solo la Bibbia e libri gialli. Un giorno mandò la figlia a prendere in biblioteca «Assassinio nella cattedrale». «Pensava che fosse una saga di monaci omicidi. In biblioteca lo aprii, mi sembrava corto per essere un giallo. Non avevo mai sentito parlare di Eliot, ma lessi un verso, parlava di una "fulminea gioia dolorosa", e cominciai a piangere. Gli altri mi guardarono con uno sguardo di rimprovero, e il bibliotecario mi sgridò, così uscii con il libro, e lo lessi da cima a fondo seduta sui gradini nel vento freddo del nord».

(dal "manifesto", 22 novembre 2008)

Sguardi diversi sul mondo che verrà

A più di quarant'anni di distanza da Apocalittici e integrati, la domanda resta sempre la stessa: di fronte al futuro che avanza, e che non assomiglia a quello che avevamo immaginato, dobbiamo stappare lo champagne o strapparci i capelli? Condividere la cupa visione del poeta americano Robert Bly secondo il quale, grazie a Internet, «la neocorteccia cerebrale si sta autodivorando» (come dire che i giovani si stanno, alla lettera, bevendo il cervello)? O tripudiare insieme al saggista canadese Don Tapscott, che nel suo libro Grown Up Digital: How the Net Generation is Changing Your World, appena uscito negli Stati Uniti, dipinge un ritratto molto positivo dei ragazzi d'oggi? Accosta i due punti di vista una recensione del volume uscita sull'ultimo numero dell'«Economist», che precisa come l'ottimismo di Tapscott si fondi su uno studio costato quattro milioni e mezzo di dollari e condotto in dodici paesi su circa ottomila persone nate fra il 1978 e il 1994. E dunque, in alto i calici: grazie agli sms, a Facebook e ai videogames, la Net Generation è «la più intelligente che sia mai apparsa sulla faccia della terra», una affermazione, sostiene lo studioso canadese, fondata sulle ultime ricerche nel campo delle neuroscienze. Solo due fattori frenano l'entusiasmo di Tapscott: il sistema educativo, che in molti paesi non sta al passo con questi prodigiosi cambiamenti, e l'assoluta indifferenza per la privacy dei giovani fra i quindici e i trent'anni. In effetti, chiosa l'«Economist», sono sempre di più i ragazzi in cerca di impiego che «vengono scartati dai potenziali datori di lavoro ormai abilissimi nello scovare su Facebook e MySpace indizi sul carattere e il comportamento dei futuri impiegati». Una ingenuità davvero inspiegabile, in una generazione tanto geniale.

Proprio sul nostro combattuto rapporto con il mondo che verrà si interroga il filosofo spagnolo Daniel Innerarity (autore fra l'altro di due saggi usciti per Meltemi, La società invisibile e Il nuovo spazio pubblico) in una intervista uscita sul «Nouvel Observateur» sotto il titolo Il futuro non deve essere la pattumiera del presente. Secondo Innerarity «le società democratiche non hanno un buon rapporto con il futuro, perché il sistema politico e la cultura in generale sono orientati verso l'immediato presente. Di fronte all'avvenire collettivo il nostro atteggiamento è di precauzione e di improvvisazione... come rispetto a una realtà che può porre problemi». Questo atteggiamento, sostiene il filosofo, finisce per avere i tratti di un vero e proprio «colonialismo temporale»: «Ci comportiamo come se godessimo di una sorta di impunità rispetto al futuro, di cui siamo gli squatter, gli occupanti abusivi». Convinto che «l'interdipendenza delle generazioni richiede un nuovo modello di contratto sociale», Innerarity si fa paladino di «uno scetticismo ottimista» e di una «speranza democratica»: «La politica - afferma - deve imparare a gestire in modo post-eroico la delusione, considerandola uno spazio di possibilità aperte».

(dal "manifesto", 15 novembre 2008)

sabato 8 novembre 2008

Tre storie di successo

Firma eccellente del «New Yorker» e autore di due saggi che hanno avuto grande successo internazionale, The Tipping Point e Blink (Il punto critico, Bur, e In un batter di ciglia, Mondadori), Malcolm Gladwell ha dedicato il suo nuovo libro, Outliers - in uscita negli Stati Uniti fra dieci giorni dopo essere stato uno dei pochi titoli di richiamo alla Buchmesse - proprio ai meccanismi che stanno dietro alle storie di successo. Meccanismi, spiega lo stesso giornalista in una auto-intervista sul suo sito, ben più complessi di quanto lascino supporre quei manuali, così diffusi negli Stati Uniti, che promettono di svelare le sette regole d'oro per fare strada nella vita. «Quello che ho capito scrivendo il libro - osserva Gladwell - è che finora ci siamo concentrati soprattutto sulle storie individuali, descrivendo caratteristiche e personalità delle figure di successo... mentre forse avremmo dovuto guardare intorno, alla loro cultura, alla loro comunità, alla loro famiglia, alla loro generazione. Abbiamo puntato lo sguardo sugli alberi più alti, invece di osservare la foresta». E con l'astuzia di chi ha capito, se non altro, come attirare l'attenzione dei lettori, Gladwell lancia qualche esca che farà certamente di Outliers un bestseller, per lo meno negli Usa. In un capitolo, per esempio, l'autore osserva come un numero sorprendente fra gli avvocati più potenti di New York abbia dati biografici simili: sono uomini ebrei, nati alla metà degli anni Trenta nel Bronx o a Brooklyn, da genitori immigrati che lavoravano nell'industria tessile. «Ora, qualcuno può dire che si tratta di una semplice coincidenza. Oppure ci si può chiedere - come ho fatto io - quali sono gli elementi che fanno di un ragazzo ebreo, cresciuto in determinate condizioni negli anni della Depressione, un avvocato di straordinario successo. E la mia risposta è che da questa domanda si possono imparare tantissime cose sulle varie cause che portano una persona al culmine di quella professione».

Una pausa all'autogrill per andare alla toilette non è certo un'esperienza memorabile. Ma, osserva Janet Maslin sul «New York Times», nelle mani di Stephen King anche una situazione così banale si trasforma in un potenziale incubo. Dei tredici racconti che compongono la sua ultima raccolta, Just After Sunset, ben tre infatti sono infatti ambientati negli spazi angusti e poco accoglienti di un gabinetto pubblico. In questo libro, nota Maslin, King si conferma, se mai ce ne fosse bisogno, uno story-teller infaticabile, e velocissimo: «uno dei racconti è stato scritto nelle poche ore trascorse in una camera d'albergo in Australia, giusto per ammazzare un po' di tempo».

Da un bestseller all'altro. Moltissimi i commenti, naturalmente, in morte di Michael Crichton. Fra gli altri, quello di Charles McGrath, ancora sul «New York Times»: Crichton, scrive il critico, «somigliava a un personaggio di un romanzo di Michael Crichton. Era insolitamente alto, incredibilmente bello e aveva una cultura enciclopedica che spaziava dai dinosauri ai banchetti medievali alle nanotecnologie. Come scrittore, era una sorta di cyborg, sempre pronto a sfornare romanzi che erano sofisticati sistemi di intrattenimento. Nessuno, tranne forse Crichton stesso, li ha mai confusi con la grande letteratura, ma pochi sono stati i lettori che ne hanno interrotto la lettura a metà».

Libri e funicolari (parte seconda)

Insomma, è chiaro che fra libri e funicolari passa una differenza enorme, quello che volevo dire è che le cose cambiano, si evolvono, muoiono. (Tout passe, tout casse, tout lasse, diceva sempre mio padre quando ero piccola, e mi faceva soffrire tremendamente, perché mi sentivo anch'io un potenziale rifiuto).
Oh, che banalità! Eppure, sotto la lente di questa banalità, quasi tutti i discorsi sul futuro del libro appaiono un po' insensati. Di ritorno da Francoforte, mi aveva colpito una frase del "diario online dalla Buchmesse" di Luciano Minerva, il giornalista culturale di Rainews24, che riferiva di avere intervistato su questo tema il direttore della Fiera il direttore della Fiera, Juergen Boos, e Inge Feltrinelli: uno gli aveva detto che "ormai ci siamo, il passaggio al libro elettronico è avvenuto", l'altra che "il libro di carta non passerà mai". (Cito a memoria, perché il sito Rai, da sempre avverso alle "stranezze", non rende più accessibile il diario. In compenso, è possibile vedere in video queste e altre interviste alla pagina Buchmesse: Diritti commerciali e diritti umani nella bella rubrica Incontri. Videoteca di autori contemporanei).
Detto in altri termini. Ci sono oggetti di lunga durata: a me viene in mente il pettine, che in migliaia di anni non ha praticamente cambiato forma, e difficilmente la cambierà, fin tanto che la specie umana avrà in testa i capelli. E ci sono oggetti, come le videocassette, che non passano una generazione. Il libro (parlo del libro di carta, naturalmente) sta in mezzo, e va verso la fine. Tout passe, tout casse, tout lasse.