Fra un libro e l'altro ho letto Quello che ti meriti di Anne Holt. Anche se in quarta di copertina si parlava di una "dolente, umanissima coppia di detective" (dolente, umanissima, due aggettivi che per un po' i redattori di case editrici dovrebbero tenere in quarantena), avevo voglia di assaggiare finalmente un giallo scandinavo e le recensioni erano molto positive. Troppo, in effetti. Il romanzo adempie onestamente alla sua funzione di farsi leggere fino all'ultima pagina - è già molto - ma ha probabilmente ragione Massimo Carloni su Thriller Magazine, quando scrive che l'entusiasmo con cui è stato lanciato (e accolto) deriva più dalle strategie di Stile libero Einaudi che dai meriti dell'opera. Però una cosa che mi ha colpito c'è, anzi due. La prima è il fatto che in Norvegia tutti si danno del tu, tranne quando si rivolgono a persone molto anziane o molto antipatiche, e il traduttore Luca Lamberti ha deciso di mantenere lo stesso uso anche in italiano, con un effetto interessante. La seconda è una conversazione fra i due investigatori, il commissario Yngvar e la criminologa Johanne, più o meno a tre quarti del libro: sono pagine importanti perché contengono le soluzioni delle due vicende che si intrecciano nel romanzo. Ma qui vorrei citare uno scambio di battute più marginale, almeno all'apparenza:
"- Credi... - fece pensosa - che in Norvegia un pubblico ministero possa essere, in certi casi...
Era come se non osasse pronunciare quella parola.
- Corrotto - le andò incontro lui. - No. Se per corrotto intendi che qualcuno all'interno della magistratura possa ricevere denaro per ottenere con la propria influenza un determinato risultato in un processo, lo escluderei in modo quasi assoluto".
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