«Se rinasco, apro un banco di frutta e verdura ai mercati generali», borbotta un piccolo editore italiano specializzato in libri sulla montagna, ogni anno a Francoforte dal '74, dopo avere salutato una collega spagnola con la quale ha appena avuto una contrattazione lunga e evidentemente estenuante. Ma subito si corregge, ritratta: no, non è colpa della crisi, sono cose che si dicono sempre e non significano niente. Eppure quest'anno la Buchmesse ha l'aria di essere in ritardo rispetto a se stessa. Intanto, è mancata l'attesa del Nobel per la letteratura, quasi un rito che si celebra tradizionalmente il secondo giorno della fiera, coincidente di solito con la data dell'assegnazione. E invece, complice il calendario, stavolta i giurati dell'Accademia di Svezia si sono sbrigati, e hanno lasciato orfani gli editori francesi, che avrebbero stappato volentieri lo champagne per festeggiare la vittoria di JMG Le Clézio. Ma soprattutto, nella grande sala bianca del padiglione 6 dove gli agenti letterari, incollati ogni giorno per quasi dieci ore ai loro tavolini, contrattano lo scambio dei diritti, manca l'atmosfera del «colpo grosso», del titolo conteso a colpi di milioni. E viene naturale chiedersi se l'atmosfera non sarebbe stata diversa se la Buchmesse si fosse tenuta anche solo tre o quattro settimane fa. Perché adesso non sembra proprio possibile aggirarsi per la Fiera del libro, la più grande del mondo, quella che, a dispetto di Internet, continua a rappresentare un appuntamento inevitabile per gli editori e gli agenti dei cinque continenti, muoversi da uno stand all'altro e dimenticare i titoli dei quotidiani ogni giorno di più somiglianti a bollettini di guerra - meglio, ai bollettini di un'epidemia che non risparmierà nessuno, nemmeno la Cina (la cui «pausa di riflessione», come scriveva ieri l'Independent, provoca brividi gelidi in tutti i mercati).
Grossomodo, di fronte alla crisi agenti e editori si dividono in tre scuole. Ci sono gli ottimisti, veri o di facciata, che di difficoltà non vogliono neanche sentire parlare, e ripetono a mo' di mantra che l'editoria è un settore anticiclico, e il libro nel suo piccolo è un bene rifugio, nel senso che ci si rifugia nella lettura per sfuggire alle dure prove della realtà, o viceversa che si cerca nei libri una risposta a quello che sta accadendo. Lo ha proclamato ieri a Francoforte Françoise Dubruille, presidente della Federazione Internazionale dei Librai: «In questi tempi duri il libro è un punto di riferimento che non può diventare obsoleto. Anzi, la crisi potrebbe rappresentare per i librai l'opportunità di ribadire il loro ruolo nella comunità come fornitori di piacere e conoscenza a un prezzo ridottissimo». E lo pensa, o per lo meno lo scrive, anche Philip Jones, direttore del giornale specializzato inglese «The Bookseller», arrivando a sostenere che «il libro gode di una buona salute quasi imbarazzante». Se un effetto della crisi c'è, sostiene Jones, è il fatto che quest'anno, più che sulla narrativa, l'attenzione è concentrata sulla saggistica, l'economia in particolare.
«È vero, i titoli su cui ora gli agenti sembrano puntare di più sono quelli che vorrebbero spiegarti quello che sta succedendo, ma la sensazione è che nella quasi totalità dei casi siano stati messi insieme in tutta fretta e possano spiegare ben poco», commenta Luca Briasco, editor di Stile libero Einaudi che - reduce da un anno positivo (in termini di vendite) per l'exploit di Firmino e, in misura minore, di Quello che ti meriti - registra alla Buchmesse un generale calo di tono. Briasco, e come lui Oliviero Ponte di Pino, direttore editoriale di Garzanti, potrebbero essere gli ideali esponenti di una seconda linea di tendenza: pur dichiarandosi convinti che l'editoria possa resistere meglio di altri settori alla crisi, non scorgono, a differenza di Jones, orizzonti particolarmente luminosi per le sorti del libro, e sono pronti a notare che in realtà le avvisaglie della recessione si potevano intravedere da tempo.
«Certo, adesso la cosa è molto più evidente, qui alla Buchmesse, e non solo per quello che scrivono i giornali. Banalmente, un indicatore potrebbe essere il calo degli americani: gli anni scorsi le maggiori case editrici statunitensi mandavano qui parecchie persone, mentre quest'anno, per un motivo o per l'altro, sono presenti solo gli esponenti più importanti», osserva Ponte di Pino.
Del resto, le cifre ufficiali confermano un calo anche nel numero delle case editrici che partecipano alla Fiera: nel 2007 gli espositori erano 7448, quest'anno 7373. E una indagine condotta fra novanta editori tedeschi ha rilevato che il mercato editoriale in Germania ha subito un calo del tre per cento nei primi nove mesi di quest'anno. Ma questo è ancora niente rispetto a quello che succederà all'inizio del 2009, ribattono i portavoce (molto rari, in verità) della terza «scuola», quella catastrofista. Piccolo editore francese specializzato in libri per l'infanzia e da tre anni entrato nell'orbita di Actes Sud, Thierry Magnier in realtà sorride mentre snocciola le sue fosche previsioni, bevendo un bicchiere di vino bianco nello stand che condivide insieme alla potente casa-madre: «Adesso la botta è ancora calda, e poi si va verso Natale, il periodo in cui ovunque le vendite di libri si impennano, per cui è difficile che nei prossimi due o tre mesi ci si renda conto del disastro. I dolori arriveranno tra gennaio e febbraio, con i dati delle rese. E allora si vedrà che la crisi avrà avuto l'effetto di un gigantesco colpo di scopa».
Una scopa non necessariamente benevola, afferma Magnier, che spazzerà via molte case editrici piccole, buone e meno buone («sono contrario all'idea che necessariamente piccolo sia bello»), e che sconquasserà nel complesso tutto il sistema dell'editoria. Lui personalmente si dichiara tranquillo, pensa che una sigla come Actes Sud, che unisce potenza e qualità, rappresenti uno scudo sufficiente per la sua produzione. Ma i colleghi che lo ascoltano, dentro e fuori lo stand, lo fissano con lo sguardo con cui i troiani probabilmente guardavano Cassandra.
(dal "manifesto", 17 ottobre 2008)
lunedì 20 ottobre 2008
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