venerdì 31 ottobre 2008

Scrittori spaventati al tempo della crisi

Crisi, crisi e ancora crisi. Difficile parlar d'altro di questi tempi. Ecco, per esempio, cosa scrive lo scrittore e giornalista John Lanchester in un articolo uscito sull'ultimo numero della «London Review of Books»: a «un boom gigantesco e sregolato i cui vantaggi sono quasi tutti finiti direttamente in mani private» ha fatto seguito «un mastodontico crollo, le perdite del quale sono state invece socializzate». Questa situazione, commenta Lanchester, autore fra l'altro di un preveggente saggetto, Dalla bolla al crac, uscito a giugno per Fusi orari, rappresenta «un abominio tanto per il sostenitore del libero mercato quanto per il socialdemocratico o per il puro e duro di sinistra. Ma sembra che in vista non ci siano nuovi modelli o alternative: c'è un vuoto ideologico e teorico, là dove un tempo la sinistra lanciava la sua sfida. Il capitalismo non ha un antagonista globale, proprio ora che ne avremmo più bisogno - se non altro per chiarire le idee e i valori, e per fornire quel coro di frizzi e di lazzi di fronte alle sfortune altrui che sarebbe così appropriato in questo momento. E lo fornirei volentieri io stesso, se non fossi così spaventato».
Crisi, crisi e ancora crisi. Sull'«Independent» Boyd Tonkin, dopo avere scoperto che la Royal Bank of Scotland - alla quale aveva affidato i suoi sudati risparmi - era sull'orlo del collasso per una serie di manovre spregiudicate («è stato come scoprire che una vecchia zia presbiteriana e zitella aveva gestito una catena di casinò»), si chiede se ci siano romanzieri capaci «non solo di mostrare come spregiudicati banchieri e intrallazzatori hanno agito, prima gonfiando la bolla e poi lasciandola esplodere, ma in che modo e perché le loro azioni hanno intercettato lo spirito di un'epoca». E cita a questo proposito un libro appena uscito di Margaret Atwood, Payback, nel quale l'autrice canadese ha raccolto una serie di conversazioni radiofoniche sul tema del debito e del «lato oscuro della ricchezza». Per la scrittrice - scrive Tonkin - «il debito come forza culturale, ma si potrebbe dire lo stesso per la finanza in generale, "amplifica al tempo stesso la voracità del desiderio umano e la ferocia dell'umana paura". Dopo vertiginosi anni del primo, da un mese assistiamo, con gli interessi del caso, alla seconda». Forse proprio Atwood, osserva il giornalista britannico, ci potrebbe dare quel «capolavoro di narrativa fiscale» che ancora manca e che nell'Ottocento ci seppero dare un Balzac o un Dickens.
Non di crisi - ma pur sempre di soldi (e di pubblica istruzione) - parla invece il commediografo e narratore inglese Alan Bennett che sul «Guardian» spiega di avere deciso di donare il suo archivio alla Biblioteca Bodleiana di Oxford in segno di riconoscenza verso quanto lo stato: «La mia educazione è stata gratuita alla scuola statale di Leeds che ho frequentato. Ho poi preso una borsa di studio per l'Exeter College di Oxford, così che né i miei genitori né io stesso abbiamo dovuto pagare per i miei studi. E se questo significa che lo stato mi ha fatto da balia, come si usa dire adesso spregiativamente, viva lo stato-balia».

(dal "manifesto", 25 ottobre 2008)

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