venerdì 7 novembre 2008

Libri e funicolari


Da un anno a Perugia è in funzione un minimetrò, si chiama proprio così, che collega la periferia e la città nuova al centro storico. E’ con quello che andremo su, mi dice Fabrizio Scrivano, appena scendo dal treno. Alle undici a Palazzo Cesaroni comincia il dibattito su "Editoria e scritture in rete", che Fabrizio ha organizzato all’interno di Umbrialibri. Lui ha il tono di scusarsi (c’è una manifestazione, non ha potuto venire in macchina), ma io sono contentissima. Più passa il tempo e meno mi piacciono le automobili, e sui mezzi pubblici, soprattutto quando sono fuori casa, ho la sensazione di essere, appunto, fuori, in un felice stato di vacanza. (La macchina mi dà fastidio per altri motivi, mi fa paura la velocità, e trovo demente lo spreco di energia per trasportare una persona, magari sola, da un posto all’altro. Ma forse anche questo fatto, di essere sempre nel proprio guscetto ambulante, mi irrita). Oltre tutto fa piuttosto freddo e c’è la nebbia, cosa che mi mette di buonumore: dopo giorni e giorni di caldo appiccicaticcio romano, questo sì che è il tempo giusto per novembre, anche se in alto non potrò vedere la vista dalla terrazza panoramica. Il minimetrò assomiglia allo shuttle di Fiumicino, ma appena comincia a salire, mi viene in mente la funicolare di Sant’Anna a Genova. Ne parlo con tutti, è una mia ossessione, sono quasi trent’anni che hanno sostituito la vecchia funicolare ad acqua con quella elettrica, e ancora mi sembra una vergogna. Ripeto la storia anche al paziente Fabrizio, che da piccolo andava a Genova a trovare i nonni, e un po’ se la ricorda: di come era un prototipo svizzero di fine ‘800, una cosa perfetta nella sua semplicità, il vagone che scendeva aveva una sorta di serbatoio pieno d’acqua e tirava su con il suo peso il vagone che saliva, carico solo dei passeggeri. Nessuno spreco (l’acqua era sempre la stessa), nessun guasto in tanti anni. In cima c’era una specie di chalet svizzero in legno, con un bel giardino davanti, dentro c’era un bar, la Vaccheria, che era famoso per la pànera, il gelato al caffè, che allora non mi piaceva e adesso sì. Tutto questo adesso non c’è più, come la vecchia via Gluck. Prima se n’è andata la funicolare, le normative europee non la prevedevano ed è stata rimpiazzata con un affare elettrico che consuma di più e si rompe di più. E poi degli sciagurati per scherzo (per scherzo!) hanno dato fuoco alla Vaccheria, era di legno ed è bruciata completamente in poche ore. Quando racconto questa storia, i miei figli che l’hanno sentita migliaia di volte scuotono la testa o urlano esasperati, a seconda dell’umore. Gli altri, quelli che l’ascoltano per la prima volta, sorridono con gentilezza, di fronte alla mia rabbia, alla mia frustrazione. Ma è chiaro che rabbia e frustrazione sono solo mie.
Ci ripenso adesso, mentre torno sul treno regionale Perugia-Roma, il mio computerino rosa nuovissimo sulle ginocchia, e fuori le stazioni di Assisi, Spello, Spoleto. Il dibattito è andato proprio bene, c’era tanta gente, gli altri relatori (in ordine di apparizione, Cesare Milanese, Roberto Diodato, Raffaele Marciano, Ugo Còppari) hanno detto cose interessanti, e sono – siamo? – riusciti a evitare di essere troppo generici, e il rischio c’era, perché parlare adesso di Editoria e scritture in rete non è più come dieci o quindici anni fa, dentro c’è tutto, potresti dire Editoria e scritture, e sarebbe più o meno la stessa cosa. Alla fine Fabrizio si è dichiarato soddisfatto perché nessuno di noi era stato ottimista. Ma d’altra parte nessuno si è stracciato le vesti, il tono di fondo era quello di un’attenzione critica e costante, consapevoli tutti che, come diceva Simone Signoret, anche la nostalgia non è più quella di un tempo. Solo alla fine Milanese, all’idea che il libro, quello di carta, con una copertina e una quarta di copertina, presto o tardi possa non esserci più, ha avuto un momento di ribellione: il libro, ha detto con voce quasi commossa, è un po’ come il pollice opponibile per l’uomo, una cosa perfetta, non può scomparire.

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