A più di quarant'anni di distanza da Apocalittici e integrati, la domanda resta sempre la stessa: di fronte al futuro che avanza, e che non assomiglia a quello che avevamo immaginato, dobbiamo stappare lo champagne o strapparci i capelli? Condividere la cupa visione del poeta americano Robert Bly secondo il quale, grazie a Internet, «la neocorteccia cerebrale si sta autodivorando» (come dire che i giovani si stanno, alla lettera, bevendo il cervello)? O tripudiare insieme al saggista canadese Don Tapscott, che nel suo libro Grown Up Digital: How the Net Generation is Changing Your World, appena uscito negli Stati Uniti, dipinge un ritratto molto positivo dei ragazzi d'oggi? Accosta i due punti di vista una recensione del volume uscita sull'ultimo numero dell'«Economist», che precisa come l'ottimismo di Tapscott si fondi su uno studio costato quattro milioni e mezzo di dollari e condotto in dodici paesi su circa ottomila persone nate fra il 1978 e il 1994. E dunque, in alto i calici: grazie agli sms, a Facebook e ai videogames, la Net Generation è «la più intelligente che sia mai apparsa sulla faccia della terra», una affermazione, sostiene lo studioso canadese, fondata sulle ultime ricerche nel campo delle neuroscienze. Solo due fattori frenano l'entusiasmo di Tapscott: il sistema educativo, che in molti paesi non sta al passo con questi prodigiosi cambiamenti, e l'assoluta indifferenza per la privacy dei giovani fra i quindici e i trent'anni. In effetti, chiosa l'«Economist», sono sempre di più i ragazzi in cerca di impiego che «vengono scartati dai potenziali datori di lavoro ormai abilissimi nello scovare su Facebook e MySpace indizi sul carattere e il comportamento dei futuri impiegati». Una ingenuità davvero inspiegabile, in una generazione tanto geniale.
Proprio sul nostro combattuto rapporto con il mondo che verrà si interroga il filosofo spagnolo Daniel Innerarity (autore fra l'altro di due saggi usciti per Meltemi, La società invisibile e Il nuovo spazio pubblico) in una intervista uscita sul «Nouvel Observateur» sotto il titolo Il futuro non deve essere la pattumiera del presente. Secondo Innerarity «le società democratiche non hanno un buon rapporto con il futuro, perché il sistema politico e la cultura in generale sono orientati verso l'immediato presente. Di fronte all'avvenire collettivo il nostro atteggiamento è di precauzione e di improvvisazione... come rispetto a una realtà che può porre problemi». Questo atteggiamento, sostiene il filosofo, finisce per avere i tratti di un vero e proprio «colonialismo temporale»: «Ci comportiamo come se godessimo di una sorta di impunità rispetto al futuro, di cui siamo gli squatter, gli occupanti abusivi». Convinto che «l'interdipendenza delle generazioni richiede un nuovo modello di contratto sociale», Innerarity si fa paladino di «uno scetticismo ottimista» e di una «speranza democratica»: «La politica - afferma - deve imparare a gestire in modo post-eroico la delusione, considerandola uno spazio di possibilità aperte».
(dal "manifesto", 15 novembre 2008)
martedì 25 novembre 2008
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