C'è un nuovo esordiente di successo all’orizzonte: si chiama
David Wroblewski, è un software designer di quarantotto anni e ha scritto un romanzo, «The Story of Edgar Sawtelle», che Janet Maslin sul «New York Times»
ha definito «il più incantevole debutto dell’estate». Aspettando che le piogge autunnali ne rivelino la capacità di tenuta, il libro si è inerpicato per le classifiche dei bestseller e ha venduto in meno di un mese circa duecentomila copie. Più della ambiziosa struttura che –
scrive Patricia Cohen ancora sul «New York Times» – «ricalca a grandi linee Amleto, cui si mescolano elementi di Kipling e Stephen King», è possibile che gran parte del successo derivi dalla presenza, nel ruolo di co-protagonisti, di alcuni cani, legati al personaggio principale, un ragazzo muto, da un rapporto di vera amicizia. Forse Wroblewski non lo ha fatto apposta, ma i cani rappresentano infatti una nicchia in grande espansione nel mercato editoriale e affollano le pagine di romanzi, memoir, saggi. Tanto che anche in Italia i megastore hanno cominciato ad allestire appositi scaffali da cui occhieggiano musi pelosi di ogni tipo. Segnali di una tendenza che scompagina le etichette tradizionali – narrativa, saggistica, poesia – e ragiona per nuove e fantasiose categorie. (Del resto, per averne una dimostrazione, basta scorrere i titoli dei gruppi di argomento «letterario» di
Facebook: si va da «Cosa farò della mia vita ora che è uscito anche il settimo libro di Harry Potter?» a «Haruki Murakami è (quasi) Dio», fino a «Portami a Pemberley, Mister Darcy»).
In tutta questa confusione, non mancano alcune, poche, certezze: e una è Salman Rushdie, che con «l figli della mezzanotte» è riuscito a vincere ancora una volta il Booker Prize, o meglio, il Best of the Booker. Soddisfattissimo, naturalmente, lo scrittore che –
intervistato dal «Guardian» – ha ricordato le sue trepidazioni di quasi trent’anni fa quando nel 1980, con alle spalle un libro di scarso successo, «Grimus», ha deciso «presuntuosamente» di cercare di catturare «lo spirito polimorfo dell’India». Ma la vittoria di Rushdie ha sollevato fra i critici reazioni contrastanti. Per questo l’«Independent» ha affiancato due articoli di segno opposto, uno di Christina Patterson, che
inneggia al trionfo dello scrittore anglo-indiano, e uno di DJ Taylor, che a questo trionfo
si oppone, sostenendo che «I figli della mezzanotte» era ed è «un libro eccezionalmente buono», ma che «la sua influenza sulla narrativa dei successivi venticinque anni è stata quasi tutta negativa». Ribatte Patterson: «Otto anni prima che la parola fatwa entrasse nell’uso comune e vent’anni prima che un gruppo di fanatici facesse saltare un paio di grattacieli, Salman Rushdie è esploso in un panorama letterario quasi interamente bianco con un libro che ci faceva entrare in un mondo dove la politica, la storia, la fragilità umana, l’amore, gli dei indiani, i miti arabi e i film occidentali si davano allegramente di gomito, un mondo in cui il multiculturalismo era qualcosa di diverso rispetto a un progetto sociale
andato storto».
(dal
manifesto, 12 luglio 2008)