sabato 27 settembre 2008

Pranzo di Ferragosto in ritardo

Se non sbaglio, è stato V. S. Naipaul a dire che vorrebbe avere tre vite, una per leggere, una per scrivere, una per vivere. Quanto è vero (io aggiungerei anche una vita per vedere i film), e quanto è impossibile! E allora si procede - io procedo - a sobbalzi, letture e scritture e vita e film, un po' di qua e un po' di là.
A proposito di film, già due o tre settimane fa ho visto Pranzo di ferragosto di Gianni Di Gregorio, uno di quei rari film italiani - forse un po' meno rari negli ultimi anni - in cui il regista, che in questo caso è anche lo sceneggiatore, è riuscito a far lavorare insieme la parte sinistra e quella destra del cervello.
Spiegazione: piuttosto follemente l'anno scorso mi sono iscritta a un corso di disegno, materia in cui a scuola ero un'asina, e l'insegnante mi ha consigliato di leggere un manuale, Disegnare con la parte destra del cervello, di Betty Edwards. Il libro non è un capolavoro, ma è stato molto utile, perché mi sono resa conto fisicamente, con la testa e con le mani, che gran parte di quello che vediamo (e forse anche che sentiamo) è una sintesi schematica elaborata per comodità dalla parte sinistra del cervello. Questo funziona in molti casi, ma diventa un peso tremendo quando vuoi disegnare una faccia, e lo schema preconfezionato prevale su quello che ti dicono - ti potrebbero dire - i tuoi occhi. Da allora ho applicato questa chiave anche in altri campi, e ho visto che funziona quasi sempre, anche nella scrittura.
Ma tornando al cinema, la maggior parte dei film italiani pare messa insieme (scritta recitata diretta...) da persone che non sanno guardare e che procedono per stereotipi, che insomma sono o sembrano guidate solo dalla parte sinistra del cervello. E così rieccomi a Pranzo di ferragosto. Che è un film riuscito, perché le cose non vengono raccontate come dovrebbero essere ma come sono. Che non vuol dire una piatta imitazione della realtà, ma al contrario una sua "ri-creazione" (Film altro reale era il titolo di un bel libro di Edoardo Bruno, da molti anni fuori commercio).

Linguaggi fischiati al tempo della crisi

Una notizia dell’agenzia France Presse, rilanciata dal quotidiano libanese «Daily Star», scopre l’acqua calda: «La crisi finanziaria mondiale potrebbe avere effetti devastanti sulla promozione delle arti», è il titolo del dispaccio. Ma nonostante l’uso elegante del condizionale, gli esempi ci sono già, e niente affatto eleganti: dalla stilista Allegra Hicks, costretta ad annullare all’ultimo momento la propria partecipazione alla London Fashion Week perché il suo sponsor si è dileguato, all’orchestra sinfonica di stato della Corea del Nord, che ha dovuto rinviare la sua molto attesa tournée nel Regno Unito dopo che una banca ha ritirato il proprio finanziamento. Segue una lista di dichiarazioni preoccupate: fra gli altri, Matthew Gale, curatore della retrospettiva di Francis Bacon, in corso alla Tate Britain di Londra, che sottolinea come «senza il cruciale sostegno degli sponsor, sarà impossibile realizzare grandi esposizioni». Si dichiara invece ottimista Colin Tweedy, capo di Arts & Business, associazione britannica che promuove le sponsorizzazioni culturali, «perché la ricchezza globale è enorme: le economie della Cina, dell’India e dei paesi del Golfo vanno fortissimo e non hanno risentito della stretta creditizia». Alle imprese culturali che si impegneranno in questi nuovi mercati Tweedy promette quindi «notevoli vantaggi». E cita il caso (molto discusso) della «esportazione» del Louvre ad Abu Dhabi.
E poi, naturalmente, ci sono i «nuovi russi». Come Roman Abramovic, finanziatore del restauro di uno splendido edificio moscovita degli anni ’20, il deposito per autobus Bakhmetevskij disegnato da Konstantin Melnikov, che da qualche giorno ospita una gigantesca galleria d’arte, Garage, destinata a diventare – nelle intenzioni della sua direttrice, Daria Zhukova, fidanzata di Abramovic – un centro pulsante di arte contemporanea. (Malignamente l’«Independent» ricorda che in un’intervista Zhukova, interpellata sui suoi artisti preferiti, non è stata in grado di citarne neanche uno, balbettando di «non essere molto brava con i nomi»). O come Aleksandr Mamut, oltre un miliardo di dollari all’attivo secondo «Forbes», che finanzierà una rivista letteraria, «Chto citat’» («Che leggere»), diretta dallo scrittore Dmitrij Bykov. Non è probabilmente secondario il fatto che il mecenate possieda una importante casa editrice con sedi a Mosca e a Pietroburgo: «Per un magnate dell’editoria possedere un periodico che consiglia i libri da comprare è una mossa astuta» commenta asciutto Viktor Sonkin sul «Moscow Times».
In questo vorticare di denari, è invece gratuito (almeno finora) l’accesso a busuu.com, comunità internet i cui utenti provano a insegnarsi a vicenda le varie lingue e che adesso ha lanciato una campagna, con tanto di video esplicativi su YouTube, per il salvataggio del silbo gomero, linguaggio fischiato in uso – anzi, in disuso – in un’isola delle Canarie.

(dal "manifesto", 27 settembre 2008)

domenica 21 settembre 2008

Saramago, Lisbona e il Cavaliere

Che nei giorni scorsi abbia fatto la sua apparizione in rete un ennesimo blog letterario, non è una notizia. (Per la cronaca, secondo calcoli molto rudimentali e con ogni probabilità sbagliati per difetto, sembra che nel mondo i blog siano adesso circa duecento milioni e il numero aumenti ogni minuto). Più interessante è il fatto che l’autore di questo nuovo «diario in pubblico» sia colui che è stato definito da Harold Bloom come «il romanziere maggiormente dotato di talento ancora in vita», José Saramago. Che all’inizio di questa settimana ha inaugurato il suo Caderno con un vecchio articolo dedicato a Lisbona. Ma l’ottantacinquenne scrittore portoghese sa benissimo cosa è un blog, e non ha nessuna intenzione di propinare ai suoi lettori solo vecchie frattaglie. Prova ne sia che l’altro giorno ha «postato» una pagina intitolata «Berlusconi & C». Dove, dopo avere ammesso scherzosamente di avere contribuito – sia pure in minima parte – alle ricchezze del Cavaliere («essendo io pubblicato in Italia dalla casa editrice Einaudi, di proprietà del suddetto Berlusconi, un po' di soldi glieli avrò pur fatti guadagnare»), lo attacca senza mezze misure per la censura al film di Oliver Stone W che secondo voci insistenti non prende parte al Festival del cinema di Roma perché sgradito al «signor B.»: «Arrivano fino a questo punto i poteri del cavaliere? Com'è possibile che sia stato commesso un arbitrio del genere, oltre tutto essendo noi coscienti del fatto che, per quante risate possiamo farci intorno ai quirinali, questi non cadranno?... W è un film che attacca Bush, e Berlusconi, uomo di cuore come può esserlo un capomafia, è amico, collega, compare del tuttora presidente degli Stati Uniti. Stanno bene insieme. Quello che non starebbe per niente bene è che il popolo italiano finisse per elevare una quarta volta le chiappe di Berlusconi fino alla poltrona del potere. Non ci sarà, allora, risata che ci salvi».

Chissà cosa avrebbe detto Virginia Woolf alla notizia che nella «sua» Bloomsbury è nata una libreria (o meglio, un «concept store») che, sotto l’insegna «School of Life», propone sedute di «biblioterapia»? Ne parla sull’«Independent» Amol Rajan, spiegando che il progetto è nato dalla fertile mente di Sophie Howarth, ex curatrice della Tate Modern, e coinvolge autori come Alain de Botton e Julian Barnes. Ma più istruttivo è un giro nel sito (www.theschooloflife.com) dove alla voce «biblioterapia» si spiega che «una seduta comincia con una conversazione insolitamente approfondita» nel corso della quale il «paziente» – lettore forte o analfabeta di ritorno che sia – sarà invitato a condividere le sue aree di interesse, «dal tiro con l’arco in Giappone alla riscoperta della propria creatività». Sulla base di questo incontro, un programma di lettura o una «prescrizione libraria» accuratamente calibrata verrà spedito «entro una settimana al massimo ». Costo base, 35 sterline. Ma con 50 si ha diritto a cinque incontri per verificare l’efficacia della «cura».

(dal "manifesto", 20 settembre 2008)

sabato 20 settembre 2008

Il Dickens dei call center

«Macinando un romanzo al giorno per sei mesi, la giuria del Booker Prize arriva presto a due conclusioni: che la maggior parte dei libri parte bene e affonda a metà strada, e che prima o poi quasi tutti i romanzi suonano molto simili»: con questo (tristemente vero) preambolo l'«Economist» introduce una felice eccezione, l'esordiente indiano Aravind Adiga, il cui La tigre bianca - in uscita per Einaudi - ha conquistato i giurati del Booker che all unanimità hanno inserito il romanzo fra i sei finalisti. Entusiasta anche il critico del settimanale inglese: «Delineando un personaggio insieme spiritoso e psicopatico, Adiga ha dato vita a un eroe memorabile quasi quanto Pip (il protagonista di «Grandi speranze», ndr), dimostrando di essere il Charles Dickens della generazione dei call center». Per un giovane scrittore in ascesa, ecco ahimé un grande autore in declino: con un imbarazzo appena velato dal garbo, infatti, i critici statunitensi hanno accolto l ultimo romanzo breve di Philip Roth, Indignation. «In certe parti del libro si avverte un tono lieve che era mancato in altri suoi libri recenti..., ma gli ingredienti, per quanto disposti con mano esperta (anche se un po meccanica), non vengono indagati, bensì semplicemente sciorinati» scrive Ruth Frankin sul «Sun», mentre Adam Begley sul «New York Observer» parla di una «magnifica scrittura» che non riesce tuttavia a compensare una «sconsiderata strategia narrativa». Chi non prova neanche a essere garbato è, come sempre, Christopher Hitchens: fedele ai toni polemici che lo hanno reso famoso, l'autore di Dio non è grande conclude la sua recensione sull «Atlantic» affermando che «i personaggi di Indignation sono esili e arruffati» e che «il tentativo di far dialogare la dimensione locale e quella globale produce solo l effetto di una tempesta in un bicchier d'acqua».

Dopo avere trascorso nove anni come «poeta laureato» britannico, Andrew Motion si sfoga in una intervista sull'«Independent»: «Le pressioni di questo incarico hanno avuto un effetto destabilizzante», confessa Motion che a maggio cederà finalmente il posto al suo successore. Un sollievo, dato che il povero poeta, schiacciato dalle sue responsabilità, ha smesso di comporre: «Potrei parlare di un vero blocco dello scrittore. Se si conduce una vita pubblica e si diventa il "portavoce" della poesia, la mente razionale prende il sopravvento, con effetti disastrosi per la miscela vitale necessaria per scrivere versi».

L'esperimento in corso al Cern fornisce a Victor Sonkin sul «Moscow Times» lo spunto per una riflessione bizzarra e malinconica. In un tempo non lontano, scrive, gli scrittori russi - o meglio sovietici - ambientavano spesso i loro libri nei laboratori scientifici dell Urss: «Ma oggi - osserva Sonkin - di scienziati nelle pagine dei romanzi russi se ne vedono pochi. E quando ci sono, le loro carriere appartengono al passato. Un dato che non sorprende, visto che negli ultimi anni la maggior parte degli scienziati è stata costretta a una scelta durissima: continuare la propria ricerca all estero, morire di fame, o usare l'intelligenza per attività più redditizie».

(dal "manifesto", 13 settembre 2008)

mercoledì 10 settembre 2008

Citazione

Tutta la comunicazione è pubblicità, se non è amore
(Enrico Ghezzi)

dall'archivio del sito faretesto

domenica 7 settembre 2008

Guidatori all'arma bianca

Prima di trascrivere l'ultimo Ex Press, due parole sul libro che questa settimana apre la rubrica, Traffic di Tom Vanderbilt. A naso non è un capolavoro, e di certo - come nota Andy Beckett sul «Guardian» - è completamente dentro la logica di un mondo «automobilizzato». Ma c'è mondo automobilizzato e mondo automobilizzato. Ci sono posti dove tutto sembra ruotare intorno alle macchine e posti dove si pensa che lo spazio deve essere equamente condiviso: e infatti Shared Space è il nome di un progetto a cui Vanderbilt dedica molte pagine del suo libro. L'idea, in breve, è di riconsegnare le strade ai pedoni e ai ciclisti, oltre che agli automobilisti, riducendo o annullando la segnaletica e le distinzioni fra i vari spazi. In questo modo, chi guida non si sente più padrone della strada ed è costretto a muoversi più piano, e con maggiore cautela. A quanto pare, nelle località dove è stato realizzato (prima in Olanda e poi in diversi altri paesi), gli incidenti sono calati sensibilmente. In Italia finora non se ne parla. Ed ecco la rubrica.

Si intitola Traffic. Why We Drive the Way We Do (and What It Says About Us) il libro che questa estate ha avuto il maggior numero di recensioni sui giornali di lingua inglese. Lo ha scritto il newyorkese Tom Vanderbilt, che si definisce come un «design observer» e ha al suo attivo un saggio uscito qualche anno fa per Feltrinelli, L’anima di gomma, sull’evoluzione della scarpa sportiva – la «sneaker» – da calzatura per poveri a capo fastidiosamente ubiquo. Questa volta Vanderbilt si è prefisso di indagare i meccanismi della circolazione stradale, arrivando a conclusioni sulle quali tutti gli automobilisti farebbero bene a riflettere. La prima è che non esistono «macchine sicure», anzi. Come ricorda nella sua recensione sul «Telegraph» Tim Lott, «fra gli esperti di ingegneria del traffico si dice per scherzo che l’unico sistema davvero efficace per rendere sicura la circolazione sarebbe montare sul volante di ogni automobile un pugnale puntato verso il cuore del guidatore». Il fatto è, spiega Vanderbilt, che «più un conducente si sente sicuro e più è probabile che si comporti in modo potenzialmente pericoloso»: lo dimostra il fatto che la maggior parte degli incidenti – non quelli che finiscono in prima pagina sui giornali, ma quelli per i quali ogni anno in Italia muoiono circa settemila persone, quarantamila negli Stati Uniti – «avvengono su strade asciutte, in giornate limpide, con guidatori sobri». (Tanto che Mary Roach, sul «New York Times», suggerisce un titolo alternativo per il libro: Idioti). Problemi, quella della circolazione, non nuovi: stando a Vanderbilt, nell’antica Roma «il traffico dei carri si fece così intenso che Cesare ne vietò il movimento di giorno, "tranne che per portare materiali di costruzione ai templi degli dei o per altre grandi opere pubbliche"».

Prendendo spunto dal fatto che negli Stati Uniti è nata una società di compravendita dei «blurbs», gli strilli di copertina, Rachel Donadio analizza sul «New York Times» i delicati equilibri che si nascondono dietro quelle frasi iperboliche che dovrebbero contribuire a catapultare un libro fra i bestseller: «Per uno scrittore firmare gli strilli può essere un problema. Se lo fa poco, rischierà di non trovare nessuno pronto a tambureggiare i superlativi d’ordinanza quando sarà il suo turno. Se lo fa troppo, sarà definito una "puttana da strillo"». Senza contare che anche il tono è importante: come nota l’agente letterario Eric Simonoff, «Un esordio interessante» lascia il tempo che trova, mentre «Buon Dio! Piantate tutto e correte a procurarvi questo libro!» avrà un effetto reale sulle vendite. «Peccato che capiti di rado», osserva Simonoff. Ma quanti sono i libri per cui vale la pena piantare tutto?

Nel 1996 Cheeta, la scimmia dei film di Tarzan, è entrata nel Guinness come il primate non umano più longevo. Ma adesso la bestia, che nel frattempo ha raggiunto la veneranda età di 76 anni, sta per battere un altro record: sarà il primo animale a partecipare a un premio letterario. La sua autobiografia, Me: Cheeta, in uscita il primo ottobre, è piaciuta così tanto ai giurati del Guardian First Book Award, che l’hanno inclusa nella rosa dei candidati al premio, destinato agli autori esordienti. Il libro viene presentato come la storia di Cheeta, raccontata «con le sue stesse parole». (L’editore, Fourth Estate, non ha svelato il nome del ghostwriter, ma ha garantito che è davvero un debuttante).

(dal "manifesto", 6 settembre 2008)

giovedì 4 settembre 2008

Sentieri nigeriani

Dal "manifesto", 17 agosto 2008

Per celebrare quello che pomposamente, ma a ragione, viene definito il padre della letteratura africana contemporanea, il nigeriano Chinua Achebe, una grande festa è stata organizzata a New York, in marzo. Sono passati cinquant'anni da quando uscì il suo romanzo-spartiacque, Things Fall Apart (Il crollo, edizioni e/o), e tanti scrittori, da Toni Morrison a Michael Cunningham, hanno voluto rendere omaggio di persona all'anziano narratore.
In mezzo a loro, anche due giovani romanzieri nigeriani ormai affermati, Chris Abani e Chimamanda Ngozi Adiche, che hanno espresso la loro gratitudine ad Achebe, l'uno confessando «la soggezione che si prova davanti al potere dell'immaginazione umana di intervenire nelle nostre vite», l'altra ricordando il turbamento che le provocò la prima lettura del Crollo. In quel romanzo, ha notato Adichie, «avvertii un gentile rimprovero: non osare nemmeno pensare, sembrava dirmi Achebe, che il tuo passato non sia complesso».
Se il ribaltamento dello stereotipo che vede nell'Africa una terra semplice e primitiva ha costituito il principale insegnamento di Achebe alle successive generazioni di autori africani, la presenza del quarantenne Abani e della trentenne Adichie alla festa per l'anniversario di Things Fall Apart è stata la concreta testimonianza di come proprio in Nigeria questa eredità sia stata raccolta da una nuova e nutrita leva di scrittori. In tutto il continente infatti non c'è oggi paese, ad eccezione forse del Sudafrica, che possa vantare una tale quantità di giovani romanzieri, accolti con interesse e a volte con entusiasmo dalla critica e dal pubblico internazionale. «Sembra che gli dei della letteratura abbiano ufficialmente designato il 2007 come anno dello scrittore nigeriano» - scriveva lo scorso agosto sul «Times» un altro esponente di questa nouvelle vague, il quarantenne Helon Habila, il cui romanzo di esordio, Angeli dannati, è uscito tempo fa per Sartorio.
Nell'arco di pochi mesi diversi scrittori nigeriani hanno avuto riconoscimenti importanti - fra l'altro il Booker «internazionale» assegnato proprio ad Achebe per il complesso della sua opera - mentre nelle librerie approdava un nugolo di nuovi libri: da The Virgin of Flames di Chris Abani (tradotto qui da Fanucci con lo sciagurato titolo L'ambigua follia di Mr Black), a Starbook di Ben Okri, da Burma Boy di Biyi Bandele (appena edito da Bompiani come Alì Banana e la guerra) a The Opposite House di Helen Oyeyemi, la giovane e dotata autrice della Bambina Icaro, uscito in Italia prima per Rizzoli e poi misteriosamente trasmigrato, con l'etichetta non del tutto appropriata di libro «per ragazzi», a Fabbri. In realtà, come anche Habila ricordava, questa fioritura di talenti in Nigeria non è un fenomeno recente: Chinua Achebe (e Amos Tutuola) a parte, il primo Nobel per la letteratura assegnato a un africano è andato, più di vent'anni fa, nel 1985, al drammaturgo e romanziere Wole Soyinka, nato nei pressi di Ibadan, nella Nigeria occidentale. E fra gli autori di una ipotetica «generazione di mezzo» non si può trascurare Ken Saro-Wiwa, noto soprattutto per la sua militanza politica (pagata con la condanna a morte nel 1995), ma anche autore dei bei racconti di Foresta di fiori, uscito nel 2004 per Socrates, e del romanzo Sozaboy, riproposto quest'anno da Baldini Castoldi Dalai.
Proprio Sozaboy è stato uno dei primi romanzi ad affrontare una guerra dimenticata dall'occidente e per molto tempo rimossa in Nigeria, quella che si combatté fra la stessa Nigeria e il Biafra secessionista (e poi sconfitto) fra il 1967 e il 1970. Ancora questo conflitto è al centro della seconda prova narrativa di Chimamanda Ngozi Adichie dopo l'esordio promettente dell'Ibisco viola (Fusi orari 2006), al cui centro si stagliava la figura inquietante di un facoltoso cristiano convertito, intransigente e violentissimo nel suo tendere a una impossibile, e indesiderabile, perfezione. Uscito per Einaudi nella bella traduzione di Susanna Basso (pp. 450, euro 19,50), Metà di un sole giallo - il titolo del libro allude al mezzo sole che campeggiava sulla bandiera biafrana - conferma il talento della scrittrice che qui rivela una mano sicura nel tessere una trama più complessa, intrecciando le vicende personali di una famiglia con la storia pubblica del suo paese. Anzi, se un difetto ha il libro, è proprio quello di apparire come un congegno fin troppo oliato, quasi che l'autrice avesse già in mente, scrivendolo, di mettere le basi per una sua successiva, inevitabile, trasposizione cinematografica. In una intervista, del resto, Adichie ha dichiarato per scherzo (ma forse non troppo) di avere introdotto fra i protagonisti un personaggio bianco perché ancora adesso Hollywood non ama i film «all black».
E cinematografica è la scansione del romanzo, diviso in quattro parti, la prima e la terza ambientate nei primi anni Sessanta, la seconda e la quarta durante la guerra civile, così che gli intrecci sentimentali dei personaggi si riallineano di continuo in un gioco di flashback e flashforward. Un gioco accentuato dalla scelta dell'autrice di procedere nella narrazione adottando di volta in volta la prospettiva di tre figure-chiave: un ragazzino, Ugwu, che ha appena lasciato il suo villaggio per andare nella città universitaria di Nsukka (la stessa dove Chimamanda Adichie, figlia di accademici, ha trascorso l'infanzia) a servire in casa di Odenigbo, impegnato e carismatico docente di matematica; la bella Olanna, che dopo gli studi londinesi ha preferito abbandonare una vita privilegiata a Lagos per insegnare a Nsukka accanto a Odenigbo di cui è prima l'orgogliosa amante e poi la moglie; e l'inglese Richard Churchill il quale, giunto in Nigeria per condurre degli studi sull'arte tradizionale Igbo, si è innamorato della sorella di Olanna, la intelligente e magnetica Kainene, e si divide fra la sua casa di Port Harcourt (da cui la donna conduce con mano salda gli affari di famiglia) e Nsukka, dove può compiere le sue ricerche alle quali vorrebbe affiancare la scrittura di un romanzo.
Queste relazioni, complicate dall'intervento della madre di Odenigbo, contraria al matrimonio del figlio con una donna indipendente come Olanna, passano in secondo piano quando la Nigeria, in seguito a due colpi di stato, fra il gennaio e il luglio del 1966, piomba nell'instabilità. Le tensioni etniche nei confronti degli Igbo portano l'anno dopo alla proclamazione della repubblica indipendente del Biafra e alla guerra civile. Per Olanna e Odenigbo, insieme al fedele Ugwu, così come per Richard e Kainene, cominciano tempi durissimi. Finite le accalorate, e accademiche, conversazioni di Nsukka, si apre una fase di spostamenti forzati e di violenza. Qualche speranza di vittoria lascia presto spazio alla constatazione che il nuovo paese africano, riconosciuto da pochissimi stati, deve affrontare un avversario militarmente ben più forte: il Biafra è solo e affamato, ma gli articoli di Richard, chiamato a raccontare al mondo quanto sta accadendo, non danno risultati. In questo clima di disfatta, all'interno di un campo profughi dove la morte per fame è una esperienza quotidiana, le due sorelle si ritrovano e condividono di nuovo quella profonda relazione affettiva che precedenti scontri e incomprensioni sentimentali avevano interrotto. Ma la fine della guerra, con il suo peso di amarezza e desolazione, coincide per i protagonisti con una perdita irreparabile. Il primo a proiettarsi di nuovo verso il futuro sarà Ugwu che, dato per morto in uno scontro a fuoco, ritorna a casa, assumendo su di sé il compito di testimone che era stato di Richard.
Affidando al semplice ragazzo di campagna, e non al colto espatriato britannico, la scrittura di un libro sull'atrocità della guerra del Biafra («Il mondo taceva mentre noi morivamo» è il titolo, che cadenza gli ultimi capitoli di Metà di un sole giallo), Chimamanda Adichie sembra ricollegarsi al tema di fondo di Things Fall Apart, la riappropriazione del passato africano, remoto e prossimo, da parte degli scrittori del continente. Forse per questo, non pochi critici, soprattutto americani, hanno paragonato la giovane scrittrice appunto ad Achebe il quale, da parte sua, le ha riconosciuto «il talento degli antichi cantastorie»: un complimento per certi versi fondato, visto che il romanzo è scorrevole e avvincente, i personaggi sono credibili, i toni alternano giudiziosamente ironia e dramma. Political correctness a parte, però, in Metà di un sole giallo, più che una affinità con la maestria stilistica di Achebe (a suo tempo così audace nell'impastare il proprio impeccabile inglese con modi di dire e proverbi igbo), si avverte l'influenza dei corsi di creative writing seguiti negli Stati Uniti dall'autrice, l'esecuzione diligente - e riuscita - di una ricetta imparata bene. Che non è poco, ma non basta - almeno per ora - per gridare al capolavoro.
Eppure, affiancando il romanzo di Chimamanda Adichie agli altri che sono usciti negli ultimi tempi, l'impressione di vitalità della nuova narrativa nigeriana resta innegabile. E non tanto perché si delinei una comune linea di tendenza, ma al contrario per le differenze che caratterizzano i diversi autori: alla prosa magmatica e «metropolitana» di Abani, che prima da Lagos e ora da Los Angeles scandaglia gli effetti positivi e negativi della «mitologia dell'imperialismo», si oppongono le atmosfere misteriose evocate da Helen Oyeyemi, attratta, nella Bambina Icaro come nell'ultimo The Opposite House, dal crinale impalpabile fra realtà e magia, mentre al furore del soldato-bambino protagonista di Bestie senza una patria di Uzodinma Iweala (Einaudi 2006) fanno da contrappunto i personaggi malinconici e estraniati di Segun Afolabi nella raccolta di racconti A Life Elsewhere (Jonathan Cape 2006).
Figlio di diplomatici, Afolabi ha lasciato giovanissimo la Nigeria e ha vissuto la maggior parte della sua vita all'estero. Non è quindi sorprendente che la scrittura di Afolabi non prenda come riferimento Achebe o Soyinka e si modelli semmai su quella di Kazuo Ishiguro, un altro autore anglofono che, segnato da un precoce trapianto culturale, ha scelto di scrivere in un inglese per nulla ibridato, tanto all'apparenza reticente quanto chirurgicamente preciso nel descrivere situazioni e stati d'animo attraverso una costante attenzione alle sfumature verbali. Tuttavia nel suo romanzo Goodbye Lucille (Jonathan Cape 2007), anche l'algido Afolabi mette in scena un «ritorno a casa», quel ritorno a casa che è forse nei sogni di tutta la diaspora nigeriana. Scriveva ancora Habila sul «Times» che in Nigeria il «gene» dello storytelling è particolarmente sviluppato, perché «la maggior parte delle infrastrutture sociali non funzionano, e la maggior parte dei sogni non si realizzano, per cui il solo modo di trasformare le sconfitte in vittorie o la vergogna in orgoglio è attraverso le storie». Già un paio di case editrici coraggiose però si sono fatte avanti, portando nelle librerie di Lagos e di Abuja le opere di Adichie, dello stesso Habila e di altri autori, e organizzando addirittura dei tour promozionali. Un primo passo è stato fatto, insomma, e se si pensa che la Nigeria è il paese più popoloso in Africa (l'ottavo in tutto il mondo), un intero vivaio di nuovi scrittori è là che ci aspetta.

mercoledì 3 settembre 2008

Ritorno dalle vacanze

Domenica mattina sono andata a vedere la mostra di Gregor Schneider al Macro in via Reggio Emilia. Era l'ultimo giorno della mostra, l'ultimo giorno delle mie vacanze di quest'anno, l'ultimo giorno di agosto. In giro poca gente. Al museo i visitatori c'erano, e si muovevano come fantasmi cauti e beneducati negli spazi bui del secondo piano su cui si aprivano le porte dei diversi ambienti ricostruiti da Schneider: una cella di detenzione, una camera da letto, un bagno con il tappetino peloso chiaro e sporchiccio. Rispetto alla Biennale del 2001, l'idea nuova era che questa volta la casa, o meglio i frammenti di casa, erano riprodotti due volte in modo identico e speculare. Avevi appena finito di visitare un'ala e dall'altra parte la ritrovavi uguale. Così la seconda volta che ti trovavi nel bagno con il tappetino sporchiccio, la sensazione di squallore e di claustrofobia era ancora più forte. Ma la desolazione si sentiva anche fuori dalla mostra, negli altri spazi del museo. Schneider non c'entra, hanno spiegato garbati i custodi: il problema, hanno detto, è che da domani, da lunedì primo settembre, non si sa cosa succederà del Macro. L'unica cosa certa è che l'altra sede del museo, al Mattatoio, verrà dismessa, ma anche qui non si prevedono nuove mostre. Nessun giornale ne ha parlato finora, sembra che a nessuno sia neanche venuto in mente di protestare. E se qualcuno lo avesse fatto, chi se ne sarebbe accorto in agosto?
La cosa che mi ha colpito è che quella stessa mattina, in via Lorenzo Valla, vicino a dove abito, ho visto che il grande cedro del Libano, l'unico albero superstite agli scavi per il nuovo parcheggio sotterraneo, quello per cui il quartiere si era mobilitato in aprile dopo l'abbattimento dei cipressi, non c'era più, e non c'era più neanche lo spiazzo su cui si trovava, scavato in profondità dalle ruspe solerti. In agosto le ruspe solerti hanno lavorato parecchio.