venerdì 31 ottobre 2008

Scrittori spaventati al tempo della crisi

Crisi, crisi e ancora crisi. Difficile parlar d'altro di questi tempi. Ecco, per esempio, cosa scrive lo scrittore e giornalista John Lanchester in un articolo uscito sull'ultimo numero della «London Review of Books»: a «un boom gigantesco e sregolato i cui vantaggi sono quasi tutti finiti direttamente in mani private» ha fatto seguito «un mastodontico crollo, le perdite del quale sono state invece socializzate». Questa situazione, commenta Lanchester, autore fra l'altro di un preveggente saggetto, Dalla bolla al crac, uscito a giugno per Fusi orari, rappresenta «un abominio tanto per il sostenitore del libero mercato quanto per il socialdemocratico o per il puro e duro di sinistra. Ma sembra che in vista non ci siano nuovi modelli o alternative: c'è un vuoto ideologico e teorico, là dove un tempo la sinistra lanciava la sua sfida. Il capitalismo non ha un antagonista globale, proprio ora che ne avremmo più bisogno - se non altro per chiarire le idee e i valori, e per fornire quel coro di frizzi e di lazzi di fronte alle sfortune altrui che sarebbe così appropriato in questo momento. E lo fornirei volentieri io stesso, se non fossi così spaventato».
Crisi, crisi e ancora crisi. Sull'«Independent» Boyd Tonkin, dopo avere scoperto che la Royal Bank of Scotland - alla quale aveva affidato i suoi sudati risparmi - era sull'orlo del collasso per una serie di manovre spregiudicate («è stato come scoprire che una vecchia zia presbiteriana e zitella aveva gestito una catena di casinò»), si chiede se ci siano romanzieri capaci «non solo di mostrare come spregiudicati banchieri e intrallazzatori hanno agito, prima gonfiando la bolla e poi lasciandola esplodere, ma in che modo e perché le loro azioni hanno intercettato lo spirito di un'epoca». E cita a questo proposito un libro appena uscito di Margaret Atwood, Payback, nel quale l'autrice canadese ha raccolto una serie di conversazioni radiofoniche sul tema del debito e del «lato oscuro della ricchezza». Per la scrittrice - scrive Tonkin - «il debito come forza culturale, ma si potrebbe dire lo stesso per la finanza in generale, "amplifica al tempo stesso la voracità del desiderio umano e la ferocia dell'umana paura". Dopo vertiginosi anni del primo, da un mese assistiamo, con gli interessi del caso, alla seconda». Forse proprio Atwood, osserva il giornalista britannico, ci potrebbe dare quel «capolavoro di narrativa fiscale» che ancora manca e che nell'Ottocento ci seppero dare un Balzac o un Dickens.
Non di crisi - ma pur sempre di soldi (e di pubblica istruzione) - parla invece il commediografo e narratore inglese Alan Bennett che sul «Guardian» spiega di avere deciso di donare il suo archivio alla Biblioteca Bodleiana di Oxford in segno di riconoscenza verso quanto lo stato: «La mia educazione è stata gratuita alla scuola statale di Leeds che ho frequentato. Ho poi preso una borsa di studio per l'Exeter College di Oxford, così che né i miei genitori né io stesso abbiamo dovuto pagare per i miei studi. E se questo significa che lo stato mi ha fatto da balia, come si usa dire adesso spregiativamente, viva lo stato-balia».

(dal "manifesto", 25 ottobre 2008)

martedì 21 ottobre 2008

Per gli ospiti d'onore un bilancio in chiaroscuro

Alla fine della Buchmesse, come nelle fiere di tutti i settori, ci si ritrova fra le mani una quantità spropositata di biglietti da visita. Ai suoi interlocutori, per esempio, Lluis Pagès ne distribuisce tre diversi, uno come direttore della casa editrice che da lui prende il nome, la Pagès editors, il secondo come responsabile di un'altra sigla, la Editorial Milenio, e il terzo infine come presidente della Associació d'editors en llengua catalana - la persona giusta, in ogni caso, per capire, a un anno di distanza, se la vetrina d'onore dedicata nel 2007 dalla Fiera di Francoforte alla cultura catalana abbia portato buoni frutti. Ma la risposta è tanto smaccatamente entusiasta, che la sensazione è di avere chiesto a un oste se il suo vino è buono: «Erano vent'anni che aspettavamo questa occasione, e i risultati sono stati eccellenti», afferma Pagès, citando il fatto che «nel 2007 le vendite di diritti di libri in lingua catalana sono triplicate rispetto all'anno precedente» e posando sul tavolo, come prova concreta, una copia del saggio di Francesc Torralba L'art de saber escoltar, grande bestseller due anni fa a Barcellona e dintorni, e tradotto poi in diversi paesi (anche in Italia, da qualche mese, per Rizzoli, con il titolo L'arte di ascoltare).
Eppure i cartelloni con i volti dei più famosi scrittori catalani, che campeggiano alle sue spalle, raccontano una storia un po' diversa: tutti infatti, da Carme Riera a Quim Monzò, a Baltasar Porcel per non parlare della grande Mercé Rodoreda di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita, si erano conquistati una fama più o meno grande all'estero già prima che la Buchmesse ospitasse la Catalogna. Né si può dire che in questo ultimo anno - per lo meno in Italia - si sia fatta conoscere, grazie alla vetrina di Francoforte, una nouvelle vague catalana.
La questione è meno oziosa di quanto possa sembrare a prima vista. Quello dei paesi «ospiti d'onore» alla Buchmesse (e in misura minore nelle varie manifestazioni analoghe) è diventato un giro ricchissimo, nel quale denari e interessi, politici ed economici, si muovono vorticosamente. Mesi fa, proprio a Francoforte, era scoppiato l'affaire Finlandia: al paese scandinavo era stata promessa, ma solo ufficiosamente, la vetrina 2011. Gioia e tripudio a Helsinki, tanto che già si parlava di uno stanziamento di dodici milioni di euro per essere rappresentati degnamente. A sorpresa però, quando è venuto il momento dell'annuncio ufficiale, la scelta è caduta sull'Islanda, vuoi per ripicca contro la Nokia, che nel frattempo aveva annunciato la decisione di chiudere la sua fabbrica di cellulari in Germania per migrare verso la meno costosa Romania, vuoi perché si vociferava che Reykjavik avesse promesso cifre ancora più sostanziose (e se fosse così, sarebbe interessante capire cosa succederà adesso, con la crisi che sta appiattendo come uno schiacciasassi l'economia islandese).
Insomma, la domanda è questa: vale la pena scucire così tanti quattrini per essere presenti in pompa magna alla Buchmesse? Risponde di sì Pagès, ma risponde di sì - sia pure più cautamente - anche Can Öz, giovane direttore della casa editrice Can, fondata venticinque anni fa da suo padre a Istanbul, sede nel bel quartiere di Galatasaray, un catalogo «einaudiano» che va da Primo Levi a Ian McEwan. Secondo Can, per un paese come la Turchia aggiudicarsi la vetrina di Francoforte può avere una doppia valenza positiva: sul piano editoriale, in termini di scambio dei diritti, e in linea più generale, perché serve a riequilibrare una immagine troppo sbilanciata in senso negativo. «Non che la Turchia non si sia largamente meritata questa sua cattiva fama - aggiunge Can, che ha molto apprezzato i toni polemici del discorso inaugurale di Pamuk a Francoforte - ma i media di tutto il mondo a loro volta hanno abusato degli stereotipi, senza rendersi conto che la nostra situazione è ben più complessa di come loro la descrivono».
Proprio questo, secondo l'editore turco, è il vero motivo per cui vale la pena spendere soldi e energie pur di ottenere il palcoscenico della Buchmesse. Sul versante più strettamente editoriale, invece, Can è meno ottimista: la lingua rappresenta ancora un ostacolo enorme, e per quanto il Nobel a Pamuk o il successo internazionale di Elik Shafak abbiano fatto molto per accostare un pubblico più ampio a una letteratura fino a poco tempo fa semisconosciuta, «l'azione più efficace sarebbe quella di promuovere le traduzioni dal turco verso altre lingue, attraverso contributi, ma più ancora sostenendo l'apertura di scuole di lingua e traduzione». Un tema, questo, che tocca poco la Cina e l'Argentina, rispettivamente paese d'onore alla Buchmesse nel 2009 e nel 2010, visto che cinese e spagnolo (castigliano) sono le due lingue più parlate al mondo, e in grande ascesa nelle scuole e nelle università dei cinque continenti.

(dal "manifesto", 19 ottobre 2008)

L'altra Buchmesse

Qual è il titolo su cui l'editoria del Kazakhstan punta in questa Buchmesse 2008? La corpulenta signora, intenta ad allineare con cura sugli scaffali del minuscolo stand kazako alcuni volumi andati misteriosamente fuori posto, assume un'aria sorpresa, addirittura indignata, come di fronte a una domanda sconveniente: il Kazakhstan non ha nessun titolo su cui puntare e anzi, a pensarci bene, non si è mai presentato nessun agente o editore straniero per accaparrarsi i diritti di uno dei libri esposti. Anche se forse - il tono è quasi di cospirazione - «qualcosa di buono nel campo dell'editoria per l'infanzia lo avremmo».
Se sulla base degli stand della Buchmesse si dovesse disegnare uno di quei planisferi tematici che vanno di moda, nei quali i paesi occupano uno spazio proporzionale alla produzione o al consumo di un determinato bene, il mondo avrebbe due superpotenze, gli Stati Uniti e la Germania (padrona di casa, ma anche sede di un'editoria ancora sana, almeno all'apparenza), affiancate da una Gran Bretagna tornata ai fasti dell'impero, da un muscoloso conglomerato ispanico in fase di continua espansione, da una Francia - e in misura minore da una Italia - che non rinunciano a occupare il loro posto al sole. Tutto intorno, sterminati oceani chiazzati da isole minuscole.
Prendiamo la Russia, che è il paese più grande del mondo e, crisi permettendo, ben determinata a non farsi relegare in un posto di secondo rango. Qui a Francoforte, però, l'area delle case editrici russe è a dir poco misera. Gli stand sono piccoli, allestiti in modo sciatto e banale, le persone che se ne occupano sembrano capitate per caso, i libri infine paiono gli stessi che si potevano vedere cinque o dieci anni fa, come se a Mosca o a Pietroburgo nel frattempo non si fosse pubblicato niente. Nel minuscolo spazio dell'editore Tekst, vent'anni di attività e un catalogo fitto di classici del '900, una coppia ingrigita, lei con un cappello color tortora a tesa larga simile a quello che avrebbe potuto portare Greta Garbo in Ninotchka, mormora sprezzante: «Di giovani autori interessanti in Russia non ce ne sono». L'unico brivido viene dalla presenza di Mikhail Gorbaciov che nello stand della casa editrice Ves' mir, giusto a fianco, è venuto a presentare i primi cinque volumi della sua opera omnia. Un dépliant spiega come l'ambizioso progetto sia diviso in due parti, la prima dedicata agli anni fra il '61 e il '91, ventidue volumi in tutto, in uscita entro il 2009, e la seconda, di ampiezza ancora imprecisata, dal '92 a oggi, che sarà pubblicata a partire dal 2010. Per qualche istante la «zona russa» della Buchmesse si anima, bodyguards mastodontici, flash di fotografi, una signora sulla sessantina che si lamenta a voce alta perché ha conosciuto Mikhail Sergeevic nel 1973 e adesso non la lasciano passare. E in mezzo a tutto questo, un Gorbaciov sorridente ma appannato, che dimostra ben più dei suoi settantotto anni. Dieci minuti dopo questa area, ficcata in fondo al padiglione 5, praticamente sottoterra, senza nessun viavai di visitatori, è ricaduta nel suo torpore abituale, accentuato dalla voce melensa di un cantante chiamato ad accompagnare una festa in corso nel contiguo stand della Croazia.
Si festeggia molto, in ogni angolo della Buchmesse, ma forse anche più spesso in queste plaghe appartate, quasi a compensare un minore passaggio di presenze esterne. (Gli altri, gli editori tedeschi o americani o francesi preferiranno brindare la sera, a fine orario, nelle decine di party che fioriscono negli alberghi e nei locali di Francoforte). Insiste per esempio perché i visitatori assaggino almeno un pezzettino del dolce tipico della festa del Tet (pasta morbida, intorno a un ripieno croccante) il signor Pham Tran Long, in rappresentanza dell'editoria vietnamita. Sorridente e orgoglioso, spiega in un inglese piuttosto rudimentale che finora in Vietnam le case editrici sono di proprietà dello stato, ma che forse l'anno prossimo non sarà più così.
Vino e torta (lontana cugina del ciambellone) anche nello spazio collettivo della Slovenia. Che, insieme a quello della Serbia, è uno dei punti più animati nella zona destinata ai paesi dell'est europeo vicino e lontano, e non solo per i bicchieri colmi, ma perché la proposta dei titoli da esportare si basa su una strategia accorta. Non solo sul banco che fronteggia lo stand sono impilati, a disposizione dei visitatori, diversi fascicoli che propongono - in buona traduzione inglese e con una veste grafica curata - racconti, poesie e brani degli autori sloveni suddivisi per fasce d'età, compresi i «giovani» nati dopo il '69. Ma la solerte signora dietro il banco annota anche su un'agenda gli indirizzi di tutti quelli che appaiono interessati, promettendo l'invio di vere e proprie antologie pubblicate appunto per «vendere» al meglio la letteratura slovena. Si capirà tra qualche anno se questi sforzi verranno ricompensati.
Dove però gli investimenti sono più sostanziosi, e a prima vista incuranti del credit crunch, è nello stand della Book Fair di Abu Dhabi. Anche qui è in corso una festa - e che festa! - per celebrare la crescita esponenziale della fiera, la cui diciannovesima edizione, realizzata in collaborazione con la Buchmesse, si terrà nel marzo 2009. Il dottor Wisam Al-Hariri - che il biglietto da visita definisce operations manager - è raggiante: «Presto ci si renderà conto che grazie alla nostra Book Fair e agli accordi con i grandi musei come il Louvre e il Guggenheim, Abu Dhabi è diventato uno dei nuovi poli della cultura mondiale».
Ma le glorie, anche quelle culturali, vanno e vengono. Viene un po' di malinconia a visitare l'elegante stand della casa editrice Kastanioti di Atene, una sorta di Adelphi greca, e a chiacchierare con Anteos Chrysostomidis che in un italiano impeccabile (è, fra l'altro, il traduttore di Antonio Tabucchi) commenta i dati disastrosi sulla lettura nel suo paese, così simili a quelli italiani. Ha calcolato, Chrysostomidis, che il mercato editoriale greco si basa in tutto e per tutto su seimila lettori «fortissimi». Sembra impossibile, ma i conti tornano: considerando che la Grecia ha undici milioni di abitanti, circa un quinto della popolazione italiana, gli irriducibili ellenici amanti della lettura corrispondono ai trentamila lettori che reggono le sorti della nostra editoria.

(dal "manifesto", 19 ottobre 2008)

lunedì 20 ottobre 2008

La Buchmesse ai tempi della crisi finanziaria

«Se rinasco, apro un banco di frutta e verdura ai mercati generali», borbotta un piccolo editore italiano specializzato in libri sulla montagna, ogni anno a Francoforte dal '74, dopo avere salutato una collega spagnola con la quale ha appena avuto una contrattazione lunga e evidentemente estenuante. Ma subito si corregge, ritratta: no, non è colpa della crisi, sono cose che si dicono sempre e non significano niente. Eppure quest'anno la Buchmesse ha l'aria di essere in ritardo rispetto a se stessa. Intanto, è mancata l'attesa del Nobel per la letteratura, quasi un rito che si celebra tradizionalmente il secondo giorno della fiera, coincidente di solito con la data dell'assegnazione. E invece, complice il calendario, stavolta i giurati dell'Accademia di Svezia si sono sbrigati, e hanno lasciato orfani gli editori francesi, che avrebbero stappato volentieri lo champagne per festeggiare la vittoria di JMG Le Clézio. Ma soprattutto, nella grande sala bianca del padiglione 6 dove gli agenti letterari, incollati ogni giorno per quasi dieci ore ai loro tavolini, contrattano lo scambio dei diritti, manca l'atmosfera del «colpo grosso», del titolo conteso a colpi di milioni. E viene naturale chiedersi se l'atmosfera non sarebbe stata diversa se la Buchmesse si fosse tenuta anche solo tre o quattro settimane fa. Perché adesso non sembra proprio possibile aggirarsi per la Fiera del libro, la più grande del mondo, quella che, a dispetto di Internet, continua a rappresentare un appuntamento inevitabile per gli editori e gli agenti dei cinque continenti, muoversi da uno stand all'altro e dimenticare i titoli dei quotidiani ogni giorno di più somiglianti a bollettini di guerra - meglio, ai bollettini di un'epidemia che non risparmierà nessuno, nemmeno la Cina (la cui «pausa di riflessione», come scriveva ieri l'Independent, provoca brividi gelidi in tutti i mercati).
Grossomodo, di fronte alla crisi agenti e editori si dividono in tre scuole. Ci sono gli ottimisti, veri o di facciata, che di difficoltà non vogliono neanche sentire parlare, e ripetono a mo' di mantra che l'editoria è un settore anticiclico, e il libro nel suo piccolo è un bene rifugio, nel senso che ci si rifugia nella lettura per sfuggire alle dure prove della realtà, o viceversa che si cerca nei libri una risposta a quello che sta accadendo. Lo ha proclamato ieri a Francoforte Françoise Dubruille, presidente della Federazione Internazionale dei Librai: «In questi tempi duri il libro è un punto di riferimento che non può diventare obsoleto. Anzi, la crisi potrebbe rappresentare per i librai l'opportunità di ribadire il loro ruolo nella comunità come fornitori di piacere e conoscenza a un prezzo ridottissimo». E lo pensa, o per lo meno lo scrive, anche Philip Jones, direttore del giornale specializzato inglese «The Bookseller», arrivando a sostenere che «il libro gode di una buona salute quasi imbarazzante». Se un effetto della crisi c'è, sostiene Jones, è il fatto che quest'anno, più che sulla narrativa, l'attenzione è concentrata sulla saggistica, l'economia in particolare.
«È vero, i titoli su cui ora gli agenti sembrano puntare di più sono quelli che vorrebbero spiegarti quello che sta succedendo, ma la sensazione è che nella quasi totalità dei casi siano stati messi insieme in tutta fretta e possano spiegare ben poco», commenta Luca Briasco, editor di Stile libero Einaudi che - reduce da un anno positivo (in termini di vendite) per l'exploit di Firmino e, in misura minore, di Quello che ti meriti - registra alla Buchmesse un generale calo di tono. Briasco, e come lui Oliviero Ponte di Pino, direttore editoriale di Garzanti, potrebbero essere gli ideali esponenti di una seconda linea di tendenza: pur dichiarandosi convinti che l'editoria possa resistere meglio di altri settori alla crisi, non scorgono, a differenza di Jones, orizzonti particolarmente luminosi per le sorti del libro, e sono pronti a notare che in realtà le avvisaglie della recessione si potevano intravedere da tempo.
«Certo, adesso la cosa è molto più evidente, qui alla Buchmesse, e non solo per quello che scrivono i giornali. Banalmente, un indicatore potrebbe essere il calo degli americani: gli anni scorsi le maggiori case editrici statunitensi mandavano qui parecchie persone, mentre quest'anno, per un motivo o per l'altro, sono presenti solo gli esponenti più importanti», osserva Ponte di Pino.
Del resto, le cifre ufficiali confermano un calo anche nel numero delle case editrici che partecipano alla Fiera: nel 2007 gli espositori erano 7448, quest'anno 7373. E una indagine condotta fra novanta editori tedeschi ha rilevato che il mercato editoriale in Germania ha subito un calo del tre per cento nei primi nove mesi di quest'anno. Ma questo è ancora niente rispetto a quello che succederà all'inizio del 2009, ribattono i portavoce (molto rari, in verità) della terza «scuola», quella catastrofista. Piccolo editore francese specializzato in libri per l'infanzia e da tre anni entrato nell'orbita di Actes Sud, Thierry Magnier in realtà sorride mentre snocciola le sue fosche previsioni, bevendo un bicchiere di vino bianco nello stand che condivide insieme alla potente casa-madre: «Adesso la botta è ancora calda, e poi si va verso Natale, il periodo in cui ovunque le vendite di libri si impennano, per cui è difficile che nei prossimi due o tre mesi ci si renda conto del disastro. I dolori arriveranno tra gennaio e febbraio, con i dati delle rese. E allora si vedrà che la crisi avrà avuto l'effetto di un gigantesco colpo di scopa».
Una scopa non necessariamente benevola, afferma Magnier, che spazzerà via molte case editrici piccole, buone e meno buone («sono contrario all'idea che necessariamente piccolo sia bello»), e che sconquasserà nel complesso tutto il sistema dell'editoria. Lui personalmente si dichiara tranquillo, pensa che una sigla come Actes Sud, che unisce potenza e qualità, rappresenti uno scudo sufficiente per la sua produzione. Ma i colleghi che lo ascoltano, dentro e fuori lo stand, lo fissano con lo sguardo con cui i troiani probabilmente guardavano Cassandra.
(dal "manifesto", 17 ottobre 2008)

martedì 7 ottobre 2008

A proposito del "manifesto"

Negli ultimi giorni molti amici, anche amici che non sentivo da tempo, mi hanno chiamato per sapere "cosa possono fare per il 'manifesto'". Tanti di loro leggono il giornale piuttosto saltuariamente, altri quasi mai. All'inizio non sapevo cosa rispondere, nei quattro anni che sono al giornale è la seconda o la terza volta che viene lanciata una sottoscrizione, così ero anche un po' imbarazzata. Adesso però il rischio di chiudere è quasi una certezza, perché si incrociano almeno tre fattori diversi. I tagli della finanziaria ai contributi all'editoria colpiscono grandi e piccoli, ma gli effetti sui piccoli (e indipendenti) sono devastanti. Le banche stringono i cordoni delle borse, e non solo al "manifesto". Infine, in tutto il mondo i giornali vanno male perché la maggior parte dei lettori pensa di non averne più bisogno (non tutti i giorni per lo meno). E il "manifesto" non fa eccezione. Proprio qui sta il nodo. In quanto "quotidiano comunista", simbolo indomito di una sinistra mai accomodante, "il manifesto" è considerato indispensabile anche da quelli che hanno smesso di leggerlo da anni. Ma come quotidiano tout court, cioè come oggetto concreto, va male, ha perso migliaia di copie, cioè di lettori. Così, in questi giorni, quando vedo gli amici pronti a mettere mano al portafoglio, sono divisa tra la gratitudine (il buco è di quattro milioni di euro, ogni donazione è gradita) e la paura che non basti. Che il distacco fra simbolo e oggetto sia insanabile e una eventuale uscita dalla crisi lasci di fatto le cose come stanno. Per cui adesso ai miei amici chiedo di investire diversamente i loro cinquanta o cento euro: comprando il giornale in modo più regolare, mettendolo in mano a chi non lo conosce, e anche - soprattutto - segnalando nel modo più rumoroso possibile il moltissimo che nel "manifesto" non va bene. Trattandolo insomma come una cosa viva, spesso brutta e quasi sempre zoppicante, ma viva, e non come una preziosa reliquia di altri tempi.

lunedì 6 ottobre 2008

La democrazia dell'inglese globale

Forse è stata una mossa azzardata presentare Wordia.com, «il primo dizionario al mondo compilato democraticamente», nella casa dove visse il dottor Johnson, che nel 1755 pubblicò il primo vocabolario in lingua inglese. O per lo meno così la pensa John Walsh che sull’«Independent» sostiene di avere sentito «il fantasma del grande lessicografo prorompere in una salva di invettive». A Johnson, «per tutta la vita un "tory" reazionario, sarebbe venuto un colpo apoplettico alla sola idea di un dizionario "democratico"», e avrebbe ribattuto che «un’opera di riferimento non può che essere prescrittiva», scrive il giornalista solidarizzando con lo spettro furibondo. Ideato dal produttore tv Edward Baker e da Michael Birch, noto per avere lanciato il sito di social networking Bebo, il vituperato Wordia propone agli aspiranti lessicografi di scegliere le loro parole preferite, fornirne in video una definizione «personale» e caricare il risultato su YouTube. «Gli utenti – spiega il testo di presentazione – potranno poi selezionare le definizioni a loro parere più pertinenti, accademiche, toccanti o divertenti». Scuote la testa Walsh: «Non è necessario essere un membro dell’Académie française per chiedersi se un dizionario possa essere utilmente gestito via chat e voto popolare, e se sia giusto che i lettori "selezionino" un significato a loro parere "pertinente", al posto di uno effettivamente corretto». E cita il caso della parola «ironia», che «una giovane donna in tubino» definisce come «una versione scritta del sarcasmo».
Eppure, con buona pace di Walsh e del fantasma del dottor Johnson, le lingue cambiano, e con le lingue cambiano i dizionari. In un articolo uscito sull’ultimo numero dello «Smithsonian Magazine», Anika Gupta spiega che i meccanismi di inclusione dei neologismi in un dizionario si stanno evolvendo. Lo dimostra il lavoro del Global Language Monitor che da cinque anni documenta, analizza e individua le nuove tendenze linguistiche in tutto il mondo, con una attenzione particolare all’inglese "globale"». Secondo Paul Payack, responsabile del progetto, è stato appunto l’avvento dell’inglese «globale» (lingua veicolare parlata da ben oltre un miliardo di persone nel mondo), insieme all’esplosione di Internet, a imporre un’accelerazione che si può tradurre in cifre: mentre i «classici» dizionari di inglese contengono circa seicentomila lemmi, il Global Language Monitor prevede che fra meno di un anno si arriverà a un milione (ieri il sito ne calcolava 997.311).
E se si vuole ancora una dimostrazione dello strapotere della lingua inglese, basta scorrere la lista, stilata l’altro giorno dalla rivista «Forbes», dei dieci scrittori meglio pagati al mondo: prevedibilmente conduce la classifica J. K. Rowling, autrice di Harry Potter, seguita da James Patterson («padre» del detective Alex Cross) e da Stephen King, e poi, giù giù – si fa per dire – fino al decimo posto, occupato da Ken Follett. In ogni caso, tutti rigorosamente anglofoni.
Nessuna sorpresa che, oltre agli scrittori, anche i lettori di lingua inglese possano godere di notevoli vantaggi: come il nuovo sito PenguinDating.com, che si rivolge agli amanti della lettura desiderosi di diventare amanti «tout court». Incrocio fra comunità di lettori e club per cuori solitari, il servizio ha attirato migliaia di iscritti in pochi giorni. «Sarebbe fantastico festeggiare il primo "matrimonio Penguin"» ha dichiarato garrula Katya Shipster, portavoce del gigante editoriale.

(dal "manifesto", 4 ottobre 2008)